Una dieta meno proteica rende la filiera più verde

È quanto emerge dagli studi di un team di ricerca di diverse università. Effetti positivi sull’ambiente anche con la riduzione del fosforo. In entrambe i casi vengono mantenute performance produttive ottimali


dieta

“Filiera verde del suino” è uno dei tre progetti ammessi a contributo per la filiera del suino e finanziati dal progetto Ager – Agroalimentare e ricerca.

Ager- Agroalimentare e ricerca è il primo progetto di collaborazione tra fondazioni finalizzato allo sviluppo del settore agroalimentare, attraverso il sostegno ad attività di ricerca scientifica. Il progetto è realizzato da un’associazione temporanea di scopo a cui hanno aderito per il momento 13 fondazioni che hanno messo a disposizione complessivamente quasi 30 milioni di euro.

Ager finanzia la ricerca nei comparti ortofrutticolo, cerealicolo, vitivinicolo e zootecnico.

Tra le priorità previste da Ager, relativamente alla produzione del suino pesante tradizionale, il progetto “Filiera verde del suino” si è occupato da un lato, di strategie di alimentazione e di efficienza di utilizzazione dei nutrienti (in particolare di azoto, fosforo e zinco) al fine di ridurre il più possibile l’impatto sull’ambiente; e dall’altro, della valutazione delle implicazioni tecniche ed economiche dovute agli adempimenti della normativa sul benessere animale.

Nel presente articolo si è deciso approfondite la prima tematica.

Uno degli scopi del progetto “Filiera verde del suino” è stato quindi quello di fornire ai produttori indicazioni operative per un’alimentazione dei suini a minore impatto ambientale.

Tra i partecipanti, coordinati da Gianni Matteo Crovetto e da Gianfranco Piva, prestigiose Università del centro-nord Italia (Milano, capofila del progetto, Cattolica del Sacro Cuore, Padova, Udine, Bologna e Firenze) e centri di ricerca specializzati nella suinicoltura (Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura, unità operativa di Modena, Fondazione Crpa studi ricerche di Reggio Emilia).

Il progetto, cominciato nell’autunno 2011, ha coinvolto le regioni italiane nelle quali maggiormente si concentra la suinicoltura del nostro paese, fornendo risultati e indicazioni che possono essere applicati negli allevamenti del territorio. I risultati, così come i dettagli delle sperimentazioni eseguite, sono raccolti nella pubblicazione “Layman’s Report-Ager Filiera verde del suino” (2014) rivolta agli operatori del settore suinicolo – autori: Gianni Matteo Crovetto e Ernestina Casiraghi (Università degi studi di Milano), Aldo Prandini (Università Cattolica del Sacro Cuore, Piacenza), Stefano Schiavon (Università degli studi di Padova), Mauro Spanghero (Università degli studi di Udine) e Giacinto Della Casa (Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura).

Supporto pratico dalla ricerca

La suinicoltura italiana, hanno spiegato gli autori, sta attraversando un momento di forte crisi: i costi di produzione, soprattutto quelli relativi all’alimentazione, sono sempre più alti e i prezzi della carne da tempo non sono sufficienti per coprire le spese. La sostenibilità economica delle aziende suinicole inoltre è resa ancora più precaria dalla concorrenza con le carni provenienti dall’estero e dalla necessità, da parte dei suinicoltori italiani, di adeguarsi alle norme in materia ambientale della Ue recepite a livello nazionale (ad es. la Direttiva nitrati).

Vi e quindi l’esigenza, ha sottolineato Crovetto nella prefazione al “Layman’s Report”, «di fare uno sforzo congiunto tra ricercatori, tecnici e operatori a diverso livello e titolo nella filiera del suino, per dare un contributo fattivo e trasferibile in campo circa le possibilità di agire con la genetica, le tecniche alimentari, le strategie nutrizionali e l’adozione di materiale manipolabile che migliori lo stato di benessere del suino, per assicurare ottime performance di produzione quanti-qualitativa nel rispetto delle normative europee e nazionali».

Le diverse soluzioni proposte al termine delle ricerche relative al progetto, si presentano come un contributo concreto alla suinicoltura italiana, soprattutto perché applicabili nella pratica.

Nello specifico “Filiera verde del suino” ha voluto indagare tecniche di alimentazione e strategie nutrizionali in grado ottimizzare le performance produttive dell’animale (accrescimento, resa alimentare, rese al macello, qualità della carne e dei prosciutti) minimizzando allo stesso tempo l’impatto ambientale di questo tipo di allevamento.

Il progetto, hanno messo in evidenza gli esperti, si è focalizzato sull’escrezione dell’azoto che, in forma di nitrati, comporta l’inquinamento della falda acquifera sotterranea e, in forma di ammoniaca, favorisce il fenomeno delle piogge acide e la formazione del particolato fine (“polveri sottili”), provocando importanti conseguenze negative agli ecosistemi e alla salute dell’uomo e degli animali stessi.

Quasi tutte le prove sono state effettuate su suini all’ingrasso macellati a circa 170 kg (peso standard del “suino da prosciutto”). Sono proprio le fasi di ingrasso e finissaggio, durante le quali «gli animali mangiano di più e trasformano con minor efficienza gli alimenti in tessuti corporei», quelle che più influenzano l’entità dell’inquinamento ambientale.

Da quanto riportato dal Layman’s Report, «fabbisogni nutritivi nelle diverse fasi di allevamento, interazione con diversi tipi genetici, inserimento nella dieta di alimenti alternativi o di additivi studiati ad hoc, sono state le tematiche affrontate dal progetto e alle quali, partendo da quanto disponibile in letteratura, si e cercato di dare delle risposte originali e trasferibili sul campo».

Solo adottando tecniche concrete e scelte precise infatti, hanno sottolineato gli esperti, risulterà possibile diminuire in maniera significativa l’impatto ambientale degli allevamenti suinicoli senza influire negativamente su produttività e la qualità dei prodotti finali.

Come intervenire

Da quanto dimostrato dai risultati ottenuti al termine delle sperimentazioni, «rilevanti riduzioni delle escrezioni azotate possono essere ottenute con la diminuzione dei livelli di proteina grezza dei mangimi, in un sistema che appare sostenibile dal punto di vista tecnico, economico e ambientale».

Anche riguardo al fosforo, le indicazioni operative ottenute al termine delle prove sperimentali hanno dimostrato che i livelli di escrezione possono essere regolati attraverso la formulazione di diete a ridotto contenuto di questo minerale, ad esempio diminuendo o addirittura eliminando la crusca nella dieta.

Ma vediamo in dettaglio quali sono state le prove effettuate.

L’escrezione dell’azoto

Riduzione del contenuto proteico dei mangimi mediante l’utilizzazione di amminoacidi di sintesi

Lo scopo di questa prova è stato quello di valutare la possibilità di ridurre il contenuto proteico nei mangimi per suini pesanti in fase di accrescimento e di ingrasso al fine di limitare l’escrezione di azoto, ma senza compromettere le prestazioni produttive degli animali e la qualità delle carcasse e delle carni per la stagionatura dei prodotti tipici.

Da quanto riportato dagli autori, «è stata applicata una riduzione della farina di estrazione di soia con lo scopo di ridurre sia l’escrezione azotata, che l’importazione dall’estero di questo alimento zootecnico».

80 suini Duroc Italiana x Large White Italiana sono stati suddivisi in 4 gruppi omogenei ognuno dei quali ha ricevuto una tipologia di dieta differente:

– C – controllo – mangime tradizionale contenente circa dal 16% al 13% di proteine;

– 2AA, moderata riduzione del tenore proteico: riduzione di circa il 2% del tenore proteico (dal 14% all’11% di proteine) mediante la riduzione della farina di estrazione di soia ed integrazione con lisina e triptofano di sintesi;

– 6AA, massima riduzione del tenore proteico: completa sostituzione della farina di estrazione di soia e integrazione con lisina, metionina, treonina, triptofano, valina ed isoleucina di sintesi (dall’11% al 9%di proteine);

– ALT, massima riduzione del tenore proteico: a differenza del gruppo precedente questi suini hanno ricevuto a settimane alterne un mangime identico a quello del gruppo 6AA ed un mangime in cui veniva aggiunta solamente la lisina di sintesi.

«Il livello massimo della riduzione dell’apporto proteico ‒ hanno spiegato gli autori ‒ è stato calcolato in funzione della “proteina minima equilibrata”, cioè di quella quantità minima di azoto proteico che deve essere apportata al suino per consentirgli la sintesi degli aminoacidi biosintetici. La proteina minima equilibrata è definita come il rapporto fra lisina e proteina totale; la lisina totale dell’alimento non può essere superiore a 6,5 grammi per 100 grammi di proteina totale. Stabiliti i livelli di lisina che si vogliono apportare nel mangime si definisce la quantità minima di proteine che esso deve contenere». Così, per raggiungere il livello minimo proteico nei mangimi per la fase di accrescimento dei gruppi 6AA e ALT è stato utilizzato un alimento apportatore di proteine di scarso valore biologico (corn gluten meal 56% di proteina greggia).

Il trattamento alimentare del gruppo ALT, hanno spiegato gli autori del Layman’s Report, «aveva lo scopo di valutare un eventuale accrescimento compensativo in presenza di una settimana di alimentazione carente (integrazione con sola lisina senza altri amminoacidi limitanti) ed una settimana di alimentazione bilanciata (dieta 6AA) per ridurre i costi di integrazione con amminoacidi».

Dai risultati, si vede che il minor livello proteico delle diete 2AA, ma soprattutto &AA e ALT hanno comportato una riduzione significativa dei quantitativi di azoto escreti (Tab. 1) e che una riduzione anche molto consistente del tenore proteico dei mangimi per i suini pesanti mediante una integrazione con amminoacidi essenziali di sintesi garantisce comunque il mantenimento delle performance produttive in modo equiparabile alla dieta di controllo (vedi risultati riassunti in Tab. 2) tenendo conto del livello di proteina minima equilibrata. Ne deriva che risulta fondamentale assicurare un adeguato apporto amminoacidico all’animale, infatti anche brevi periodi di squilibrio (dieta ALT), possono determinare peggioramenti delle prestazioni e un aumento dei costi di produzione. È inoltre fondamentale, hanno aggiunto gli esperti, conoscere in modo preciso i reali apporti in amminoacidi degli alimenti.

 

Qualità della carne e dei prosciutti crudi ottenuti da suini alimentati con diete a ridotto tenore proteico

In questa prova sperimentale si è voluto verificare se la riduzione del tenore proteico della dieta dei suini influisse o meno sulla qualità della carne di suino fresca e dei prosciutti crudi da essa ottenuti.

Da quanto descritto dagli autori, sono stati analizzati 40 campioni di carne fresca e di prosciutti crudi di Parma, provenienti da altrettanti suini di entrambi i sessi, equamente suddivisi in quattro gruppi alimentati con quattro diete differenti che coincidono con quelle della precedente sperimentazione (C, 2AA, 6AA, ALT).

Le diete 6AA e ALT presentavano un contenuto proteico inferiore a quanto previsto dal disciplinare del prosciutto crudo di Parma Dop.

Dalla lettura dei risultati, si può osservare che tutti i campioni mostrano proprietà tecnologiche simili. L’unica differenza significativa osservata è nella capacita di ritenzione idrica delle carni (WHC) (Tab. 3), che è risultata inferiore per i campioni prelevati dal gruppo di suini alimentati con la dieta 6AA.

Nella tabella 4 sono riportati i risultati ottenuti dalla caratterizzazione chimica dei prosciutti crudi prodotti secondo le indicazioni riportate nel disciplinare del Prosciutto crudo di Parma Dop. Anche in questo caso i diversi campioni hanno mostrato caratteristiche chimiche molto simili, ad eccezione del contenuto in ceneri e dell’indice di proteolisi. Le ceneri sono risultate significativamente superiori nei campioni appartenenti al gruppo 2AA. I prosciutti derivanti dai suini alimentati con la dieta ALT hanno invece mostrato un indice di proteolisi significativamente inferiore a quello degli altri campioni. Dal punto di vista del profilo sensoriale i campioni 2AA, 6AA e ALT non si differenziano sostanzialmente da quelli del gruppo C, indicando una corrispondenza con gli attributi sensoriali del prosciutto di Parma standard. Il campione ALT ha mostrato valori lievemente più elevati e statisticamente significativi per il colore bianco del grasso e per la marezzatura.

La percentuale di grasso visibile rispetto all’area totale della fetta di prosciutto non ha mostrato alcuna differenza significativa, in linea con quanto già osservato per il contenuto lipidico misurato analiticamente.

I risultati ottenuti quindi hanno mostrato che diminuendo il contenuto di azoto nella dieta dei suini, con lo scopo di diminuire l’impatto ambientale dell’allevamento, si possono ottenere carni di buona qualità tecnologica e prosciutti crudi di Parma di qualità paragonabile a quella di prosciutti crudi di Parma Dop prodotti con alimentazione classica.

Solo la dieta ALT ha modificato alcuni parametri qualitativi del prosciutto, provocando un minor grado di proteolisi, una diversa percezione del grasso nella fetta di prosciutto.

 

Effetti di inclusione di lisina e ossido di zinco microincapsulato a basse dosi in diete per suini

Dal momento che la lisina sintetica libera, impiegata come aminoacido di sintesi nelle diete destinate ai suini al fine di ridurre l’azoto nei reflui suini, è sensibile a condizioni acide e viene rapidamente assorbita nel tratto digestivo, e che l’ossido di zinco (ZnO), utile nel trattamento della sindrome post-svezzamento, viene rapidamente assorbito a livello dell’intestino tenue, si è voluto indagare l’effetto della microincapsulazione di questi due elementi in una matrice lipidica idrogenata sulle performance, qualità della carcassa ed escrezione azotata di suini pesanti, per quanto riguarda la lisina e sulle performance e architettura intestinale di suinetti, per quanto riguarda l’ossido di zinco.

La microincapsulazione infatti, hanno messo in evidenza gli esperti del Layman’s Report, «potrebbe essere in grado di proteggere i principi attivi dalle condizioni acide dello stomaco e di permettere un lento rilascio degli stessi lungo l’intestino, favorendone un completo assorbimento».

Dalla lettura dei risultati è stato evidenziato che l’impiego di lisina microincapsulata in una dieta a basso livello proteico ha permesso di risparmiare il 22% di lisina sintetica impiegata e ridotto l’escrezione azotata del 26% circa senza alcun effetto negativi su performance e carcassa.

Al termine della prova gli animali trattati con basse dosi di ZnO microincapsulato hanno presentato performance di crescita simili a quelle degli animali trattati con ZnO libero a livello farmacologico, e migliori di quelle degli animali controllo. Inoltre, nelle prime due settimane di prova ZnO microincapsulato è stato in grado di migliorare l’architettura ileale.

In conclusione, da quanto sottolineato dagli esperti, «ZnO microincapsulato impiegato nella dieta a dosi inferiori rispetto al convenzionale rappresenta un sicuro ed efficace strumento per la supplementazione di diete per suinetti durante le prime 2-3 settimane post svezzamento».

 

Bilancio azotato ed energetico in suini pesanti alimentati con diete contenenti pastone integrale di mais e con diete a diverso contenuto proteico e aminoacidico

Due diverse prove sperimentali sono state condotte allo scopo di valutare l’impiego di diete innovative per il suino pesante nell’ottica di ottenere un risparmio economico e un minor impatto sull’ambiente.

Nella prima prova, hanno spiegato gli autori, è stato testato l’impiego del pastone integrale di spiga di mais, un alimento di produzione aziendale, che è ammesso, in dosaggi elevati, dalle prescrizioni produttive previste dal circuito tutelato Parma-San Daniele. Questo alimento è in grado di fornire contemporaneamente amidi e fibra e non richiede il reperimento fuori azienda di ingredienti fibrosi; ha un costo di produzione inferiore alla granella secca e può sostituire parte del mais e della crusca riducendo l’apporto proteico e di fosforo delle diete.

Attualmente non è molto diffuso nell’alimentazione dei suini, ma soprattutto nella fase finale di ingrasso, sottolineano gli autori, potrebbe essere ben utilizzato e garantire positivi effetti dietetici, grazie al suo contenuto in fibra.

Nella seconda parte della prova invece, sono state utilizzate due differenti linee genetiche di suini: una linea tradizionale italiana (Anas, costituita da incroci Large White x Duroc) e l’altra rappresentata da un tipo genetico a rapido accrescimento, particolarmente adatto per la produzione del maiale leggero da carne (Danbred). In tale prova, per entrambi i tipi genetici, sono state testate due diete a ridotto contenuto proteico rispetto al livello normalmente utilizzato, integrate con aminoacidi essenziali a diverso dosaggio (vs dieta di controllo 15% pproteina).

Dai risultati ottenuti dalla prima prova non sono emerse differenze significative tra la dieta di controllo e quelle contenenti il pastone integrale di mais, sia per la digeribilità dei diversi principi nutritivi, che per il bilancio dell’azoto e dell’energia.

«Il pastone di spiga di mais – hanno spiegato gli autori ‒ risulta quindi un alimento estremamente interessante per abbassare i costi di alimentazione (che incidono per oltre il 60% dei costi totali di produzione del suino) a parità di prestazioni produttive e di impatto ambientale. Il bilancio del fosforo ha invece visto una minor ritenzione dell’elemento nei suini alimentati con il pastone integrale, segno della carenza di questo minerale nel pastone di mais e della sua bassa digeribilità. Sembra quindi opportuno prevedere un’integrazione delle diete a base di pastone, con dei sali di fosforo».

Nella seconda prova le diete con tenore proteico ribassato hanno determinato una minor escrezione di azoto a parità di ritenzione azotata. Il tipo genetico Anas, a fronte di un analogo bilancio azotato, ha avuto una migliore utilizzazione dell’energia ingerita rispetto ai Danbred, con una maggiore energia metabolizzabile (EM) e ritenuta (ER).

Dalle prove effettuate si desume pertanto che, attraverso strategie alimentari e nutrizionali mirate, è possibile contenere i costi di alimentazione e quindi di produzione del suino senza penalizzare le performance degli animali e contemporaneamente ridurre l’escrezione azotata e quindi l’impatto ambientale degli allevamenti.

 

Il pastone integrale di spiga di mais nell’alimentazione dei suini pesanti in fase finale di ingrasso: prestazioni produttive, qualità delle carni e rilievi allo stomaco

Anche questa prova, condotta all’interno del progetto “Filiera verde del suino”, ha dimostrato che l’impiego di pastone integrale insilato in sostituzione della crusca e di parte della farina di mais fino al 40% della sostanza secca della dieta è in grado di mantenere inalterate le performance di crescita.

È stato visto inoltre che le rese di macellazione e di stagionatura delle cosce non vengono peggiorate dal pastone, ad eccezione di un moderato calo della percentuale di tagli magri, e il grasso di deposito risulta più saturo.

 

Prestazioni produttive e caratteristiche di qualità di quattro gruppi genetici di suini alimentati con quantità sub-ottimali di proteine e aminoacidi

L’obiettivo è stato quello di verificare gli effetti sulle prestazioni produttive, il profilo metabolico ossidativo-infiammatorio e la qualità di carcasse e cosce di suini alimentati con mangimi convenzionali o con contenuti sub-ottimali di proteina e aminoacidi essenziali, rispetto a fabbisogni calcolati per crescite proteiche di circa 100 g/d.

I mangimi ipoproteici (IPO), hanno descritto gli autori, sono stati formulati semplicemente sostituendo la farina di estrazione di soia dei mangimi convenzionali con farina frumento (+ piccole aggiunte di aminoacidi).

Dai risultati ottenuti è stato possibile dedurre che i livelli di proteina e aminoacidi dei mangimi IPO erano probabilmente leggermente inferiori ai fabbisogni, ma a livello ematico e di espressione genetica le differenze sono state modeste, a parte l’ovvio calo di urea. Con IPO, hanno sottolineato gli autori, “si e osservato un leggero calo di efficienza alimentare e della percentuale di tagli magri sulla carcassa, un aumento dello spessore e della copertura del grasso della coscia, e un aumento, meno positivo, del grado di marezzatura”. L’aumento di marezzatura implica spesso deprezzamento per le cosce.

Si può infine concludere che il livello proteico fornito da mangimi IPO può ridurre l’escrezione di azoto di circa il 25% rispetto a mangimi convenzionali.

 

Leggi l’articolo completo sulla Rivista di Suinicoltura n. 10/2015

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