Un consorzio per il suino made in Italy garantito

Composto e gestito dai suinicoltori il nuovo organismo garantirà la tracciabilità dalla nascita fino alla macellazione dell’animale, certificando il prodotto italiano. Il progetto è stato presentato dal Comitato promotore alla fiera di Cremona il 27 ottobre nell’ambito di Italpig


consorzio

Sarà operativo dal 2017 con la benedizione e l’appoggio di tutti i sindacati agricoli, Confagricoltura, Coldiretti, Cia e Copagri, dell’Anas e con l’adesione, per il momento, dei due macelli cooperativi Prosus e Opas. Si tratta del Consorzio di Garanzia del Suino Italiano, presentato dal Comitato promotore alla fiera di Cremona il 27 ottobre nell’ambito di Italpig. Il progetto è quello di far aderire al Consorzio, come minimo, il 51% degli allevatori suinicoli italiani, ma l’ambizione sarebbe quella di coinvolgerli tutti quanti.

Alla presentazione ufficiale, di fronte a numerosi allevatori, sono intervenuti, tra gli altri, Giovanna Parmigiani, presidente della Sezione di prodotto carni suine di Confagricoltura, e Claudio Veronesi, di Coldiretti, mentre il rappresentante della Cia, Antenore Cervi, pur non potendo presenziare al pomeriggio di lavori, ha mandato una nota in cui comunicava il proprio appoggio.

Come è stato sottolineato da più parti al tavolo della conferenza e come ha ribadito Giuseppe Ferrari, titolare del Gruppo Ferrari e promotore del progetto legato al Consorzio, «È la prima volta che le organizzazioni agricole forniscono il loro appoggio in modo trasversale a una proposta come questa e ciò è di ottimo auspicio. Negli ultimi vent’anni contiamo infatti diverse iniziative volte alla valorizzazione della suinicoltura italiana, ma poi fallite. Tanto per citare un esempio, penso al progetto del Gran Suino Padano, che ha voluto seguire la strada della dop, ma che poi in quanto tale è stato bocciato dall’Unione europea. Quel progetto, a nostro modo di vedere, naufragò anzitutto per l’invincibilità dei conflitti all’interno della filiera tra i tre soggetti che la compongono: allevatori, macellatori e trasformatori. Alla luce degli errori commessi da questo e dagli altri tentativi di aggregazione, è nato questo nostro progetto, che vuole difendere anzitutto gli interessi degli allevatori».

Ha precisato poi Ferrari: «Noi allevatori facciamo la gran parte del lavoro e garantiamo un processo produttivo che alle spalle prevede una serie di adempimenti da rispettare a livello sanitario, di benessere animale, di alimentazione. Ma in realtà non contiamo nulla. A dimostrarlo anche solo il fatto che non figuriamo come “soci” né del Consorzio del prosciutto di Parma né del Consorzio del prosciutto San Daniele. Siamo semplicemente “aderenti” a un disciplinare ovvero a un processo produttivo e a livello politico rappresentiamo l’11%. In altre parole, siamo comparse in un film, nel quale i protagonisti sono gli altri. Lo vediamo in ogni occasione: se questi protagonisti cambiano le regole, noi ci dobbiamo adeguare, se decidono la programmazione dei prosciutti, non ci chiedono nemmeno il parere, e così via. Abbiamo pensato che l’unico modo di ristabilire un equilibrio nella filiera è quello di creare qualcosa che sia gestito dagli allevatori: un Consorzio fatto, appunto, di allevatori che garantisca il prodotto».

Ferrari ha invitato ad aderire al Consorzio non solo tutti i soci del Consorzio di Parma e San Daniele ma anche coloro che soci non sono: «Altrimenti – ha affermato – non avremo né la forza politica né la forza economica per fare investimenti di marketing. Preciso che non vogliamo fare la guerra a nessuno, tanto meno ai Consorzi di Parma e San Daniele, che dobbiamo solo ringraziare, perché se oggi il suino italiano ha un valore, gran parte viene dalla coscia. Noi auspichiamo che i due Consorzi aumentino le vendite sia in Italia che all’estero, ma intendiamo valorizzare anche il resto della carcassa».

Per orientare il consumatore

In base a un’indagine commissionata da Assosuini a Nomisma, dove si chiedeva al consumatore se questi era favorevole all’introduzione dell’etichetta obbligatoria sull’origine delle carni suine nei prosciutti crudi, l’82% si è detto “molto favorevole” e il 16% “abbastanza favorevole”.

«Il consumatore è disorientato – ha commentato Ferrari – e ha ragione. Se guardiamo agli ultimi dati relativi agli allevamenti e alle macellazioni del comparto dop in Italia dal 2010 al 2014, vediamo come le scrofe sono calate del 17,8%, i suini presenti del 6,9% e le macellazioni dop del 9,5%. Intanto, continuano ad aumentare invece le importazioni di cosce suine sia fresche che congelate: da 28,8 milioni quali erano nel 1991, oggi hanno raggiunto quota 58,8 milioni».

Tutte queste considerazioni hanno condotto all’esigenza di pensare a un Consorzio di Garanzia del Suino Italiano. «I nostri obiettivi principali sono: aggregare in un unico organismo nazionale tutti i suinicoltori, certificare il prodotto (come “suino vivo nato e allevato in Italia”), creare un marchio nazionale spendibile anche all’estero, valorizzare la qualità del suino italiano, raggiungere il consumatore garantendo l’origine e il processo produttivo, rappresentare gli allevatori in modo compatto verso tutti gli altri attori della filiera. Come sarà possibile tutto questo? Creando un Consorzio composto e gestito dai suinicoltori, registrando un marchio identificativo del suino nato e allevato in Italia, garantendo la tracciabilità dalla nascita fino alla macellazione del suino e certificando il nostro prodotto».

Il suino che l’ente vuole certificare è “nato e allevato in Italia”, con una genetica conforme per suini dop e senza vincoli per gli altri e con un peso morto minimo di 110,1 kg (peso vivo 134,7 kg, – lettera H). Quanto all’alimentazione, chi già aderisce ai circuiti tutelati applicherà il disciplinare di riferimento, mentre per tutti gli altri ci sarà una lista “positiva” di alimenti più ampia.

«Cosa chiediamo alla politica»

Precisa ancora Ferrari: «Abbiamo bisogno dell’appoggio politico e della volontà politica. Anzitutto anche per questioni pratiche, una su tutte: il marchio all’orecchio del suino. Qui verrà indicato non solo il numero di reperibilità dell’Usl, ma anche l’iniziale del Consorzio e il mese di nascita dell’animale. Per farlo abbiamo bisogno di rimpicciolire i caratteri, ma la legge prevede che questi non siano più piccoli di 6 mm. Per cambiare la legge, la politica deve sostenerci».

Quali costi?

Quanto ai costi, ha proseguito Ferrari, «si ipotizza un importo tra i 300 e i 500 euro per azienda di medie dimensioni quale costo di certificazione. Il consiglio di amministrazione del Consorzio proporrà all’assemblea dei soci un progetto industriale di marketing e pubblicità. Il costo promozione del marchio – che sarà privato, quindi molto più flessibile rispetto a quello tutelato come voleva a esempio il Gsp – dipenderà dalle adesioni. In altri paesi l’investimento è di circa 0,4 – 0,5 euro/capo con R.O.I (ritorno dell’investimento) di sei volte».

Una volta costituito il Consorzio e depositato il Marchio, si procederà a stilare accordi con le industrie di macellazione e di trasformazione per l’utilizzo del Marchio di Garanzia del Suino Italiano. Il Marchio verrà apposto sulle confezioni dei prodotti trasformati e/o sui tagli di carne fresca in aggiunta a quelli privati già esistenti e rappresenterà un’ulteriore garanzia di origine, produzione, lavorazione e trasformazione. È prevista una campagna di informazione rivolta al consumatore.

Il valore del made in Italy cresce

Ha concluso Ferrari: «Un articolo apparso su “Italia oggi” il 18 ottobre riporta i dati emersi da uno studio condotto da Brand Finance, società di consulenza strategica inglese, secondo il quale il valore del marchio made in Italy, nell’ultimo anno, è cresciuto del 21%, per un valore complessivo che sfiora i 205 miliardi di dollari (circa 186,3 miliardi di euro). Un contesto in cui i margini di crescita, soprattutto per l’agroalimentare, sono tutt’altro che esauriti».

«Le scrofe sono le fondamenta della dop»

Quando l’Anas è stata coinvolta in questa iniziativa, si è trovata pienamente d’accordo con i suoi obiettivi. Come ha riferito Andrea Cristini, presidente Anas, «Negli ultimi cinque anni in Italia abbiamo perso quasi il 30% del patrimonio delle scrofe. La crisi ha pesato molto soprattutto in codesto comparto e un’iniziativa di questo tipo che vuole valorizzare un suino nato e allevato in Italia è sicuramente un punto di forza di questo progetto».

Ha poi proseguito Cristini: «Questo suino nato e allevato in Italia più “performante” potrebbe essere un’alternativa di produzione sia per quegli allevatori che vogliono avere meno legami dal punto di vista produttivo, sia per quelle regioni che sono al di fuori della dop nelle quali si allevano ancora 100mila scrofe. Una volta definite le linee di produzione di questo suino più performante, se questi allevatori che hanno mantenuto le scrofe si fondono nel Consorzio avranno più voce in capitolo. Anche perché negli ultimi anni la crisi si è abbattuta molto sulle scrofaie, che rimangono le fondamenta della dop, perché senza il suino nato in Italia non avremmo la dop».

L’adesione di Prosus e Opas

A oggi, due macelli hanno garantito la propria adesione al progetto. Si tratta dei macelli cooperativi Prosus e Opas.

«L’obiettivo che noi da anni stiamo cercando di perseguire – ha riferito il vicepresidente di Prosus, Gianfranco Caffi – è proprio quello della valorizzazione degli altri tagli che non siano le cosce. Vedo con piacere che una volta tanto tutte le forze politiche e imprenditoriali sono d’accordo sulla valorizzazione di questa tipologia di suino. L’attenzione di Prosus verso tale problematica è stata decisa già da qualche anno e le sono stati dedicati diversi investimenti e una serie di politiche».

Lorenzo Fontanesi, vicepresidente di Opas, ha aggiunto: «La nostra è una Op caratterizzata da una forma di aggregazione di allevatori che sicuramente sono portati a sostenere questo progetto, perché tutte le iniziative che portano ad aggregare il mondo allevatoriale sono benvenute. A maggior ragione, Opas è una Op che ha sviluppato l’attività della macellazione, di cui è interessata a sviluppare il frutto, perché poi il beneficio ricade a cascata sui soci allevatori».

Ha poi aggiunto Fontanesi: «Oltre all’annoso problema della valorizzazione degli altri tagli, c’è anche quello del tavolo di filiera: un Consorzio di questo tipo può avere altre finalità, ad esempio quella dell’informazione della nostra attività passata spesso in modo troppo distorto e, nell’ambito degli addetti ai lavori, delle problematiche che ancora sussistono nei confronti della comunicazione al consumatore. Di iniziative ce ne sono state tante negli anni. Questa potrà avere successo solo se noi allevatori siamo convinti di sostenere un progetto di questo tipo, se ci crediamo e aderiamo».

Un progetto ricco di contenuti

Invitato formalmente alla presentazione di Cremona in rappresentanza del mondo della macellazione e della trasformazione, Davide Calderone, direttore di Assica, ha commentato: «Prometto di portare questa istanza al mondo della macellazione, ricordando che comunque l’assemblea dei macelli di Assica ha da sempre sostenuto la necessità di valorizzare carni di suini nati, allevati e macellati in Italia. Diamo dunque la nostra disponibilità a collaborare per poi vedere come veicolare sul mercato questo prodotto marchiato».

«Mi chiedevo poi se non fosse il caso – ha aggiunto Calderone – di riempire il progetto di alcuni contenuti. Primo, benessere animale e uso del farmaco, soprattutto in questo momento di attacchi mediatici fortissimi nei confronti del mondo carni. Come Assica siamo parte di un network che abbiamo costituito un paio di anni fa che si chiama “Carni sostenibili”. Vi fanno parte aziende private e tre associazioni, ma manca il coinvolgimento fondamentale del mondo agricolo. Mi chiedo se possiamo cominciare a lavorare insieme anche su questo aspetto».

Ha concluso il direttore di Assica: «In questa fase di costruzione del progetto pensiamo a come riempirlo di contenuti: non solo certificando quello che esiste, ma lanciando anche dei messaggi, magari con dei codici volontari (vale a dire: chi aderisce si impegna a rispettare il benessere animale, a non usare il farmaco in un certo modo, e così via). Questo potrebbe essere un aspetto interessante».

 

Leggi l’articolo completo di box e tabelle sulla Rivista di Suinicoltura n. 11/2016

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