Un brand importante per le carni fresche

L’ipotesi è stata lanciata da Ettore Prandini di Coldiretti e ha già raccolto la disponibilità del Consorzio per la tutela del San Daniele. «Ma è aperto a chiunque voglia farne parte»


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di Claudio Andrizzi

 

Un piano di rilancio della carne di suino italiana in sinergia con il circuito dop del San Daniele: è il progetto messo a punto da Coldiretti Lombardia e presentato alla fine di dicembre 2014 in un’affollata assemblea al centro Fiera di Montichiari, in provincia di Brescia, luogo strategico in quanto sede ogni anno della Fiera agricola zootecnica italiana, Fazi.

Da qui è partito il cammino di un’ambiziosa iniziativa che punta a porre un freno alla caduta libera di un settore in grave crisi, come del resto testimoniato dai numeri presentati nel corso dell’incontro. Da un’analisi compiuta da Coldiretti su dati dell’Anas, dal 2008 le stalle italiane sarebbero diminuite dell’8,4% passando da 9,3 a 8,6 milioni; ancor più preoccupante è la situazione riferita al numero delle scrofe che registrano nel medesimo periodo un calo del 23% passando da 750 mila a 578 mila e minando così alla base l’identità stessa delle produzioni italiane.

Impietosa anche la congiuntura registrata nel 2014: l’annata era cominciata con prospettive positive, ma eventi geopolitici come l’embargo russo, un surplus produttivo comunitario pari all’incirca al 10% e un calo dei consumi di carni fresche nell’ordine del -5% hanno ulteriormente affossato le già deboli speranze di ripresa. Il risultato è che in Lombardia, fondamentale produttore di cosce per i prosciutti a denominazione, gli allevamenti chiudono a ritmo di tre al mese.

Una situazione di emergenza di fronte alla quale Coldiretti ha scelto di rispondere rilanciando sui temi della tutela del made in Italy e del rafforzamento degli elementi di distintività della produzione suinicola nazionale: il tutto attraverso un sistema sinergico con i consorzi dop capace di rilanciare il consumo delle carni del suino pesante allevato per la filiera dei crudi, coinvolgendo anche macelli e grande distribuzione organizzata.

L’idea è quella di creare un marchio per i tagli freschi che richiami il prestigio di brand già affermati sul mercato: come il San Daniele, per esempio, che ha accettato di collaborare con Coldiretti alla realizzazione dell’intesa.

Italianità garantita al 100%

«È un’idea sulla quale stiamo discutendo già da più di un anno; ora abbiamo incrociato il nostro percorso con quello di Coldiretti che stava lavorando a una ipotesi molto simile – ha spiegato a Montichiari il direttore del San Daniele, Mario Emilio Cichetti –. Non credo che potrà essere risolutivo per i problemi della filiera, ma porterà a una strada nuova per chiarire l’origine della materia prima e per capire cosa può fare il circuito di San Daniele per valorizzare la sua carne fresca. Alla base ci sono due concetti molto semplici: il primo è quello di utilizzare il sistema di certificazione di filiera che già garantisce il 100% di italianità dei nostri animali. Secondariamente, c’è l’estensione del marchio San Daniele alla carne che rientra nel circuito. La gestazione non sarà facile, in quanto dobbiamo prendere decisioni che ci condizioneranno per il futuro, ma questa innovazione, pur non essendo la panacea di tutti i mali, metterà un nuovo pilastro nel sistema, sottolineando e rafforzando un legame tra il prosciutto San Daniele e la sua filiera».

Coldiretti punta su tempi brevi: il presidente lombardo Ettore Prandini pensa a un debutto del progetto entro Pasqua 2015, dettando la linea di un marchio che, come ripetuto più volte nel corso della serata, dovrà garantire l’origine 100% made in Italy del prodotto, richiamare il circuito del Consorzio e, soprattutto, essere firmato dagli agricoltori italiani.

La direttiva benessere

«Alle istituzioni non chiediamo l’impossibile, solo due milioni di euro per la promozione – ha annunciato il leader bresciano -. È del resto necessario partire da qui per fermare l’emorragia che ci ha portato in pochi anni a questo grave crollo di aziende: è evidente che i meccanismi intrapresi fino a oggi per la difesa del comparto non hanno funzionato e che abbiamo perso troppo tempo in tavoli inutili che non hanno dato alcuna risposta concreta. Oggi l’Italia vuole continuare a essere un’eccellenza in campo suinicolo, ma le aziende hanno bisogno di punti di riferimento: e questo può essere un segnale di partenza importante. Dobbiamo ritornare a informare i consumatori, altrimenti non c’è futuro: è necessario spiegare cosa avviene negli allevamenti degli altri Paesi, far uscire allo scoperto questioni come le normative per il benessere animale che sono costate fior di investimenti alle nostre aziende per poi scoprire che in Europa quelle regole non valevano per tutti i Paesi membri. E questo perché noi siamo bravissimi ad applicare in modo più restrittivo certe norme comunitarie. Ma noi non possiamo accettare di vivere in un’Europa a due velocità che ci mette anni a decidere su questioni basilari per i nostri comparti».

Il ruolo della genetica

Da qui la scelta di collaborare con un soggetto come il Consorzio di tutela del San Daniele per arrivare ad un sistema che certifichi la provenienza veramente italiana dei prodotti.

«Questo progetto non esclude nessuno – ha puntualizzato Prandini –. L’importante è che si accetti di mettere in moto un meccanismo di determinazione dei prezzi che riconosca alle imprese agricole parte del valore aggiunto. Tutto questo serve per far chiarezza all’interno della filiera: in caso contrario, continueremo ad assistere a una crisi economica forte, anche se poi si scopre che il consumo di carne suina è aumentato, non diminuito, così come è aumentato l’import mentre a diminuire sono i nostri capi allevati perché inseriti in un meccanismo che ci sta penalizzando fin dalle scrofaie. E attenzione su quest’ultimo punto, perché se perdiamo questa partita perdiamo l’intera partita della difesa della filiera italiana: la genetica deve essere italiana».

Molte le richieste e le domande arrivate dalla platea, soprattutto sull’assenza dal progetto della realtà più importante del mercato, ovvero il Parma, e sull’eventualità di creazione di un marchio fatto esclusivamente dai produttori e slegato dal mondo dei Consorzi.

Ettore Prandini, dal canto suo, ha rimarcato che il progetto non esclude alcuna realtà, assicurando che il marchio sarà degli allevatori, ma che il legame alle filiere consortili consentirà di arrivare a tracciare una filiera del nato e allevato in Italia senza costi aggiuntivi. Prandini, infine, ha ricordato che la partnership con un marchio che il mercato già conosce come sinonimo di eccellenza sarà strategica per arrivare più velocemente ai consumatori e con minori investimenti di risorse in comunicazione.

 

L’ASSESSORE FAVA: «SERVE UNA RIORGANIZZAZIONE COMPLESSIVA»

La presentazione del progetto di Coldiretti ha raccolto il plauso dell’assessore all’agricoltura della Regione Lombardia, Gianni Fava, che non ha perso l’occasione per mettere in guardia sulla necessità di trovare presto una via di uscita per dare ossigeno al comparto.

«I nostri allevatori non hanno più tempo per aspettare riscontri economici di progetti a lungo termine, perché purtroppo esistono situazioni nelle quali l’autonomia è questione ormai di pochi giorni – ha spiegato –. In altre nazioni sono state fatte scelte precise, naturalmente dove questo era possibile: la Francia ad esempio ha messo a disposizione dei fondi per evitare che le aziende chiudessero. Noi abbiamo chiesto di destinare parte dei fondi del nostro Psr a questo obbiettivo e abbiamo messo gli allevatori nelle condizioni di partecipare ai bandi del secondo pilastro, ma questo presuppone la capacità di investire e ciò non è sempre possibile in un momento così difficile. Bisogna uscire dall’ambiguità e decidere dove vogliamo arrivare: qualche soluzione può esserci e anche nel breve periodo, ma non iniziamo percorsi che richiedono anni perché non sono sicuro che ci sia il tempo necessario. Serve un’azione politica seria e coerente, che deve essere portata avanti dal mondo della rappresentanza sindacale. Sotto questo profilo l’iniziativa di Coldiretti è lodevole, ma non può essere che il primo passo di un progetto di riorganizzazione complessiva. Dobbiamo mettere sul piatto risorse per una promozione seria e la partita della suinicoltura la dobbiamo giocare qui al nord perché solo da qui può partire una grande riscossa del settore. E dobbiamo gestire un problema incipiente: se vogliamo riuscire a creare presupposti di verticalizzazione seria del settore dobbiamo coinvolgere anche la distribuzione e la trasformazione».

 

GIORGIO APOSTOLI: «LA VALORIZZAZIONE INIZIA DALLE SCROFAIE»

Rilanciare sull’italianità reale dei prodotti sembra che sia per Coldiretti una via obbligata: ne è convinto anche il responsabile zootecnico nazionale, Giorgio Apostoli, seppur con i necessari distinguo.

«Il made in Italy non è un filone aurifero che non si esaurisce mai, ma va coltivato prevedendo regole che non ne alimentino un uso distorto – ha spiegato -. Nel 2003 abbiamo raccolto un milione di firme per avere l’indicazione obbligatoria in etichetta: solo nel 2011 siamo riusciti a far votare una norma grazie alla quale questo principio è stato introdotto. Siamo arrivati al 2013, e l’Ue ha emesso un’altra norma che, per quanto riguarda la carne suina fresca, vede l’obbligo di indicazione dell’allevamento e non quello del luogo di nascita. Ma non si può parlare di valorizzazione delle carni se non si parla di scrofaie, che sono la base della consistenza delle nostre dop e di conseguenza della nostra distintività, che è elemento essenziale per competere sugli scenari europei. Su questo fronte c’è purtroppo un consistente e costante declino, a dimostrazione di come questo problema sia centrale nella strategia di valorizzazione della suinicoltura italiana. Dobbiamo arrivare assolutamente e inderogabilmente ad avere l’indicazione di nato e allevato in Italia come presupposto fondamentale per salvare la filiera».

 

 

 



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