Rimozione dell’azoto dai reflui zootecnici

Una nuova tecnica per lo strippaggio dell’ammoniaca, basata su un tempo lungo di trattamento senza additivi o con un limitato aggiustamento del pH, allo studio presso il dipartimento di Scienze agrarie e ambientali dell’Università di Milano


azoto

In molte aziende zootecniche, soprattutto nelle zone classificate vulnerabili da nitrati, il problema delle eccedenze di azoto rimane difficile da affrontare e limita la possibilità di sviluppo delle imprese in un momento di difficoltà legato alla situazione economica generale e ad alcune perturbazioni dei prezzi, come ad esempio l’eliminazione delle quote latte.

È evidente che in molti casi la riduzione dei carichi di azoto zootecnico non può essere realizzata solo con interventi gestionali o con la delocalizzazione degli effluenti.

Questa condizione è tipica di alcune zone particolarmente vocate all’attività zootecnica dove la concentrazione degli allevamenti e dei capi allevati è particolarmente significativa. Per esempio, in figura 1 si può vedere come nelle regioni dell’Italia settentrionale analizzate dal progetto Seespig, finanziato da progetto Ager (www.seespig.unimi.it), alcune aree hanno carichi comunali decisamente superiori alla capacità di ricezione da parte dei terreni.

In queste situazioni il mantenimento di un’attività zootecnica compatibile con le sempre più pressanti richieste di riduzione delle emissioni verso le acque e verso l’aria richiede l’introduzione di tecnologie appropriate per la riduzione dell’azoto contenuto negli effluenti prima di essere distribuiti sui terreni.

Le soluzioni che fino a questo momento sono state proposte si possono ricondurre a due tipologie. La prima riguarda la rimozione biologica dell’azoto che viene trasformato ad opera di microorganismi dalla forma ammoniacale presente negli effluenti a quella molecolare, gas inerte che viene liberato in aria. La seconda prevede l’estrazione dell’azoto in forma ammoniacale per un suo successivo riutilizzo in forma di fertilizzante minerale. Tra le tecnologie che si orientano in questa direzione quella dello strippaggio dell’ammoniaca in aria e sua successiva cattura come sale di ammonio sembra essere quella più promettente. Questa tecnica è stata introdotta in alcune soluzioni impiantistiche che prevedono pretrattamenti piuttosto spinti e in alcuni casi abbinati a impianti per la riduzione del volume da distribuire (osmosi inversa).

Il procedimento tecnico

La tecnica dello strippaggio viene normalmente utilizzata nell’industria chimica e si basa sull’aumento della temperatura e l’aumento del pH del liquame. In questo modo viene liberata ammoniaca gassosa la quale viene convogliata in un secondo contenitore dove viene condensata mediante passaggio in un flusso di acido. Questa tecnologia è stata utilizzata con successo per la rimozione dell’azoto da diverse tipologie di reflui: reflui zootecnici, percolato delle discariche, acque reflue urbane per la produzione di fertilizzanti minerali. Lo strippaggio dall’ammoniaca da reflui derivante da impianti per la produzione di biogas appare particolarmente interessante a causa del calore disponibile derivante dall’impianto stesso e del pH basico (anche superiore a 8) caratteristico dei digestati.

Le proposte impiantistiche a oggi disponibili risultano però particolarmente dispendiose sia da un punto di vista energetico, sia perché richiedono una quantità notevole di additivi per innalzare il pH. Inoltre, le tecnologie proposte richiedono una gestione attenta da parte di personale specializzato che spesso non è immediatamente trasferibile nelle aziende zootecniche.

Il metodo alternativo

Per questo motivo, si è ritenuto interessante studiare un metodo alternativo per lo strippaggio dell’ammoniaca, favorendo la tendenza a volatilizzare mediante un periodo di permanenza sufficiente lungo, in condizioni vicine a quelle di uno stoccaggio.

Questa tecnologie è in corso di studio presso il dipartimento di Scienze agrarie e ambientali dell’Università di Milano, nell’ambito del progetto di ricerca ReNuWal, finanziato da Fondazione Cariplo con l’obiettivo di realizzare un prototipo di un impianto per rimuovere l’azoto con una tecnologia adatta agli effluenti di allevamento.

I risultati preliminari dell’applicazione di questo principio sono estremamente interessanti. Le prime prove effettuate hanno previsto l’utilizzo di digestato che è stato utilizzato in un impianto discontinuo costituito da tre contenitori da 50 L (Foto 1). I contenitori sono chiusi da un apposito coperchio, termicamente controllati e miscelati in continuo. La rimozione dell’ammoniaca è stata favorita immettendo un flusso d’aria tra la superficie del liquame e il coperchio. L’aria carica di ammoniaca fuoriesce dal contenitore e viene raccolta e fatta gorgogliare in una soluzione acida per trattenere l’ammoniaca.

Sono state effettuate due prove preliminari con la frazione liquida di un digestato dopo separazione con vite elicoidale raccolto da un impianto di biogas (1 MW) alimentato con reflui zootecnici (suini e bovini, letame e pollina) e una quantità limitata di insilato di mais (5%).

Entrambe le prove hanno previsto una durata di 10 giorni e il confronto della rimozione dell’ammoniaca a tre diverse temperature (30 °C, 40 °C e 50 °C). La prima prova è stata svolta senza utilizzo di additivi mentre nella seconda il pH è stato portato a 9 con l’aggiunta di soda.

All’inizio dell’esperimento ogni contenitore è stato riempito con circa 40 L di digestato. L’azoto totale (TKN) e il contenuto di sostanza secca (ST) dei liquami digeriti sono stati determinati all’inizio e alla fine di ogni esperimento.

Come si può notare dai risultati riportati in tabella, in entrambe le prove si sono ottenute efficienze di rimozione dell’azoto ammoniacale rilevanti e paragonabili a quelle ottenibili in impianti più complessi. Le efficienze di rimozione aumentano ovviamente con la temperatura e con l’incremento del pH iniziale.

I risultati dell’esperimento 1 riportati in Fig. 2, mostrano l’andamento durante la prova e l’effetto atteso della temperatura. A 30 °C il processo di strippaggio è stato più lento di quello a temperature più elevate, e dopo 10 giorni solo il 44% dell’azoto ammoniacale è stato strippato. A temperature più alte la rimozione dell’azoto è stata più significativa pari rispettivamente al 67 e 81% a 40 e 50 °C.

Questi risultati possono essere spiegati anche dal trend di pH. La figura 2 mostra che il pH è aumentato fino a pH 9. La volatilizzazione dell’ammoniaca dovrebbe diminuire il pH per cui questo trend potrebbe risultare inatteso. Tuttavia, è ben noto che il liquame digerito contiene considerevoli quantità di CO2 che può essere rapidamente rilasciata nelle condizioni esaminate nell’esperimento (riscaldamento e agitazione). Il trend di pH quindi può essere interpretato come il risultato di due fenomeni opposti: lo strippaggio della CO2 che aumenta il pH e lo strippaggio dell’ammoniaca che riduce il pH. Questo è confermato dal pH più basso misurato nel reattore a 50 °C, per il quale c’è stato il più alto rilascio di ammoniaca.

Come atteso l’emissione a pH 9 è stata significativamente diversa da quella a pH naturale più basso perché il pH elevato muove l’equilibrio chimico verso le forme di ammoniaca indissociata cioè quella che volatilizza. La figura 3 mostra chiaramente la riduzione più rapida di TAN al pH più alto, raggiungendo riduzioni del 96% a 50 °C. La volatilizzazione dell’ammoniaca si riduce notevolmente dopo i primi 3-4 giorni. Questo risultato può essere spiegato esaminando il pH che, dopo la modifica iniziale, è rimasto relativamente stabile. Inoltre le ridotta concentrazione di ammoniaca nel liquido dopo i primi giorni riduce la velocità di volatilizzazione rallentando l’emissione.

I vantaggi

Queste prove hanno evidenziato il potenziale di una tecnologia di strippaggio basata su un tempo lungo di trattamento senza additivi o con un limitato aggiustamento del pH, per ottenere riduzione del contenuto ammoniacale nel digestato fino al 90%. Questi risultati sono incoraggianti dal momento che questa tecnologia è abbastanza semplice e non richiede pretrattamenti dedicati. Infatti considerando che la separazione è già un trattamento comune in molti impianti di biogas, il processo di rimozione dell’azoto testato può essere implementato facilmente. Allo stesso tempo il contenuto relativamente alto di sostanza secca del digestato all’inizio del trattamento non sembra influenzare negativamente l’efficienza del processo. Confrontando i risultati ottenuti con e senza l’aggiustamento del pH, è ovvio che un rilascio dell’ammoniaca più rapido può essere raggiunto incrementando il pH ma, osservando i risultati, è evidente che alte efficienze di rimozione dell’ammonica possono essere ottenute con un pH naturale vicino 8 e a temperatura ambiente, assicurando un adeguando tempo di ritenzione idraulica. Inoltre considerando che questo trattamento può essere gestito come un processo batch, allora esso potrebbe essere facilmente integrato alle vasche di stoccaggio, specialmente a quelle coperte. Il conseguente stoccaggio e distribuzione dell’effluente trattato non richiederà una speciale attenzione poiché le ulteriori emissioni di ammoniaca saranno limitate.

I risultati di questo lavoro mostrano che lo strippaggio a pH e temperature elevati promuove la riduzione più rapida dell’ammoniaca dal liquame digerito. Ciononostante, la riduzione dell’ammoniaca a pH 8 e 40 °C appare molto interessante perché questa è la condizione comune di molti impianti di biogas (Foto 2). Poiché molti di questi impianti sono mesofili, il processo di strippaggio non richiede calore supplementare oltre a quello necessario per mantenere il liquido alla temperatura desiderata. Questi risultati dimostrano che l’efficienza di rimozione dell’azoto di questo sistema a lento rilascio si avvicina a quello dei trattamenti più veloci che richiedono pH e temperature più alte.

Per sviluppare tecniche applicabili su larga scala tuttavia sono necessarie ulteriori ricerche. Il processo dovrebbe essere testato con diverse tipologie di effluenti in modo da definire le performance del sistema quando il liquame di partenza ha caratteristiche diverse da quelle affrontate in questo studio.

Ringraziamenti

Questo studio è stato svolto all’interno del progetto “Innovative manure management and treatment techniques to reduce nutrient nonpoint source pollution of waters in intensive Livestock areas”, supportato da fondazione Cariplo, bando n. 2014 – 1279.

 

(*) Dipartimento di Scienze agrarie e ambientali – Università d Milano

 

 

Leggi l’articolo completo sulla Rivista di Suinicoltura n. 10/2015

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