Paver – Fondi Pac meno accessibili impongono più oculatezza

All’annuale convegno organizzato dal costruttore di prefabbricati Paver, Ermanno Comegna e Pierluigi Navarotto sono intervenuti sugli aiuti europei e sull’importanza della struttura per il buon funzionamento dell’allevamento


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Paver è un importante costruttore di prefabbricati, ben noto a tutti gli allevatori. Soprattutto se si sono interessati, almeno marginalmente, al biogas. Ma anche chi ha rinnovato di recente una stalla ha senz’altro sentito parlare di questa azienda che ha sede in provincia di Piacenza e che ogni anno, ad autunno inoltrato, organizza un convegno sui temi dell’agricoltura e dell’allevamento. Un’occasione per fare anche un po’ d’informazione tecnica in un settore in cui l’informazione non è mai abbastanza.

Quest’anno, in occasione del quattordicesimo incontro, si è cercato di dare spazio sia ad argomenti tecnici, come l’importanza delle strutture per il successo dell’allevamento, sia a questioni più economiche, a cominciare dall’atteggiamento da tenere nei confronti della nuova Pac e delle possibilità di finanziamento da essa offerte. Ormai gli ultimi fondi pubblici cui possono accedere gli agricoltori, ha fatto notare l’economista Ermanno Comegna.

Psr, opportunità per gli agricoltori

«La politica di sviluppo rurale sta diventando sempre più sofisticata. Sono lontani i tempi in cui, a fronte di un bando, si presentava la domanda, si subiva l’istruttoria e poi si entrava in graduatoria per il finanziamento. Avendo la concreta speranza, anche se non si era ai primi posti di quest’ultima, che l’ente locale usasse propri capitali per finanziare le domande rimaste escluse dai fondi europei», ha ricordato il relatore. Facendo notare come oggi, al contrario, gli unici soldi disponibili per il settore sono per l’appunto quelli europei.

«Per questo motivo – ha spiegato – occorre muoversi con destrezza all’interno dei Psr e sfruttare al meglio questo canale di finanziamento superstite». Un canale che, tuttavia, con il passare degli anni, è diventato via via più complesso, fino ad arrivare alla situazione attuale, caratterizzata da tre elementi: selettività degli interventi, approccio integrato di filiera ed eccessiva burocratizzazione dell’iter.

 

Selettività

«L’Unione europea – e di conseguenza le regioni – non finanziano più ciò che l’agricoltore intende fare, ma ciò che esse vogliono che l’agricoltore faccia. Se un imprenditore vuol ottenere soldi deve considerare molto attentamente due elementi importanti della domanda: la finalità e la descrizione dell’intervento. Sotto queste due voci, il valutatore deve trovare scritto ciò che si aspetta, altrimenti non concederà il finanziamento. Attenzione, dunque, quando si redige l’atto».

 

Approccio integrato

Secondo Comegna le domande collettive possono rappresentare una soluzione di ripiego per ottenere finanziamenti. «Esistono due approcci integrati: quello di filiera e quello di area. Nel primo, più soggetti appartenenti a una stessa filiera si mettono assieme per realizzare un progetto che interessa tutti. Dopodiché, ottenuti i fondi, ciascun beneficiario realizza la parte di sua competenza. Nel progetto integrato di area, invece, più agricoltori di uno stesso comprensorio si uniscono per un investimento comune, solitamente riguardante un obiettivo o una criticità del territorio».

Secondo il relatore, l’approccio integrato richiede un iter diverso e specifico: «Occorre focalizzarsi con precisione su un obiettivo, costituire un’aggregazione di imprese, individuare gli investimenti e poi presentare la domanda. Soprattutto per l’approccio integrato di filiera, l’agricoltore difficilmente è l’elemento trainante del progetto, quanto piuttosto un comprimario che può ricavare un’utilità dall’aggregazione con soggetti più forti. Per esempio, può ottenere finanziamenti dai quali sarebbe escluso non avendo più certi requisiti, come l’età per rientrare tra i giovani agricoltori».

 

Burocratizzazione

«Le regioni sono purtroppo solerti nell’applicare gli inasprimenti burocratici decisi a Bruxelles e lente, invece, quando si tratta di attuare misure di semplificazione, anche quelle stabilite dalla stessa Ue». Un esempio di quella che Comegna chiama “ferocia burocratica” è il premio ai giovani produttori: i soldi, spiega il relatore, con i nuovi Psr saranno stanziati una volta portato a compimento il business plan, ma siccome l’agricoltore ha bisogno dei fondi per realizzare il piano, è difficile che possa farlo prima di ottenere i soldi.

«Una procedura che sarebbe facilmente semplificabile è quella dei tre preventivi richiesti per finanziare l’acquisto di macchine e attrezzature: basterebbe stilare un elenco di costi di riferimento per ogni attrezzo: fatta questa lista, si finanzierebbero i vari acquisti in base a essa, senza richiedere tre preventivi e senza troppo lavoro di istruttoria».

Lo stesso, ha concluso il relatore, si potrebbe fare per gli investimenti strutturali. «Oggi tutti i Psr usano il cosiddetto sistema a rimborso, che prevede il controllo di ogni singola operazione e l’erogazione del contributo a fronte di fattura sulla spesa effettivamente sostenuta. Sono necessari preventivi, computo metrico delle superfici, perizie e molto altro ancora. Al contrario, l’Europa invita ad adottare il regime dei costi semplificati, che ribalta la logica attuale: in via preliminare si stabiliscono i costi al metro quadro delle diverse opere. Fatto questo, tutti i lavori che rientrano in questi costi sono automaticamente finanziati, senza più istruttorie e senza analizzare una per una le domande. Si risparmierebbero tempo e risorse umane».

L’importanza delle strutture

Pierluigi Navarotto, già docente dell’università di Milano, è un ospite fisso dei convegni Paver e anche quest’anno, ovviamente, non ha fatto mancare il suo contributo, occupandosi di strutture e della loro importanza ai fini della redditività dell’allevamento. «La struttura, quella che potremmo definire la “scatola” che contiene l’allevamento, incide pesantemente sulla gestione e sui risultati produttivi dell’allevamento stesso. Purtroppo, molto spesso si tende a banalizzare la questione, dimenticando che per affrontare razionalmente le numerose problematiche coinvolte in una progettazione occorre mantenere una visione d’insieme molto lucida. E soprattutto occorre ricordare che la scelta strutturale, a differenza di altre, è definitiva e condizionerà l’attività aziendale per gli anni a venire».

Responsabile di questa “banalizzazione” è, secondo il docente, anche l’eccessiva burocrazia: «Le difficoltà, materiali e oggettive, per ottenere le autorizzazioni edilizie fanno sì che molti allevatori finiscano con il concentrare su questi problemi la loro attenzione, dimenticandosi invece dell’importanza di un’adeguata pianificazione strutturale».

Per esempio, benessere degli animali e igiene interna dipendono fortemente dal tipo di struttura che si realizza. «Non soltanto: anche pulibilità delle superfici e delle attrezzature, facilità di deambulazione e di asportazione dei reflui e molto altro dipendono da come è stato costruito un edificio». Tutto questo senza contare la successiva gestione dei reflui: a seconda dell’impiego che si intende farne – distribuzione talquale o uso energetico, per esempio – la scelta di una struttura piuttosto che un’altra è ovviamente determinante. C’è infine, ma non certo trascurabile, l’aspetto ambientale: il tipo di struttura (soprattutto per come raccoglie, scarica e conserva i reflui) modifica le emissioni in atmosfera, la quantità di odori fastidiosi per la popolazione e, in sostanza, la sostenibilità ambientale dell’allevamento.

Proprio partendo dalla necessità di raccogliere e trasportare i reflui, Navarotto ha mostrato, con un interessante esempio, come le strutture possano avere un ruolo di rilievo nella successiva gestione dell’allevamento: «Le soluzioni sono molte, dal pavimento pieno al fessurato, con o senza fosse sottostanti. Ognuna di esse modifica i parametri di qualità dell’aria interna, emissioni in atmosfera ed efficienza nell’eventuale produzione di biogas. Una alternativa a mio parere molto interessante – ha continuato il docente – è il cosiddetto canale Gol (sigla che sta per Gas&odor less, ovvero meno gas e odori, ndr). Si tratta di una soluzione semplice ed economica per ridurre le emissioni e fornire inoltre reflui più freschi a un eventuale biodigestore».

«I vantaggi di una sezione simile sono molti: in primo luogo la superficie di contatto tra liquami e aria si riduce dell’80% rispetto a una fossa rettangolare. Meno superficie esposta – continua Navarotto – comporta minori emissioni e dunque benefici sia per l’ambiente sia per gli animali che vivono nel capannone. In secondo luogo, il Gol ha frequenze di svuotamento molto superiori: nell’ordine di 3 giorni e mezzo contro i 15 richiesti da una fossa convenzionale in vacuum system». Svuotare più spesso significa, chiaramente, mandare reflui più freschi alle vasche o all’impianto di biogas.

Ovvie le conclusioni: «Questo è soltanto un esempio di come una piccola modifica strutturale possa portare grossi cambiamenti alle condizioni dell’allevamento e anche alla qualità del lavoro dell’allevatore. Tutte le aziende che hanno realizzato fosse secondo il principio Gol, per esempio, si sono dette assolutamente soddisfatte di questo stratagemma, eppure pochi agricoltori pensano a queste implicazioni quando stanno per realizzare un nuovo capannone».

 

Leggi l’articolo completo sulla Rivista di Suinicoltura n. 12/2015

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