LA PROPOSTA –

L’alternativa è no food. No all’utilizzo alimentare, no all’innalzamento dei limiti.

Micotossine, come trasformare un problema in opportunità

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L’annata siccitosa del 2012, oltre a rese ben al di sotto della produzione media, ci ha lasciato anche la spiacevole eredità di grandi partite di mais inquinato da aflatossine. Un volume ancora non precisato, ma che potrebbe aggirarsi intorno ai 3,5 milioni di quintali.

Le regioni più interessate dal fenomeno sono l’Emilia -Romagna, il Veneto e l’est della Lombardia, dove si concentrano vaste zone non irrigue destinate al mais. In queste aree l’emergenza è molto alta. Nei magazzini sono infatti stoccate grandi quantità di mais non conformi alla commercializzazione per uso zootecnico e umano.

Come effetto, gli imprenditori agricoli, oltre alla scarsissima produzione, si trovano a non sapere se quel poco che hanno prodotto potrà essere venduto e di conseguenza pagato. Dall’altro lato, gli stoccatori hanno i magazzini pieni di partite non conformi, senza avere indicazioni rispetto a come gestirle e soprattutto senza sapere se, e quando, potranno liberare i magazzini per nuove produzioni.

È evidente che il problema più ampio delle micotossine, non solo legate al mais, sta diventando progressivamente più frequente. In parte perché sono aumentate le conoscenze scientifiche sugli effetti negativi di queste sostanze e, di conseguenza, sono aumentati controlli. In parte per scelte aziendali poco attente agli aspetti agronomici, che spingono colture a rischio in aree non vocate. A ciò si aggiunge il cambiamento climatico, che porta con sé una estremizzazione delle condizioni atmosferiche, con periodi di siccità sempre più dilatati e precipitazioni intense che invece si concentrano in brevi periodi di tempo. Condizioni queste che favoriscono una maggiore insorgenza del problema micotossine rispetto ad alcuni anni fa.

L’utilizzo di queste partite all’interno della filiera agroalimentare è sconsigliabile, in quanto lancerebbe un segnale contraddittorio ai consumatori e minerebbe il grande lavoro fatto sulla valorizzazione dei grandi prodotti agroalimentari italiani, come il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano e il prosciutto di Parma ecc… di cui cereali come il mais sono tra le materie prime più importanti.

No a revisioni sospette

Se si crede che i limiti di ammissibilità delle micotossine imposti dalla Comunità europea siano sbagliati, la strada da percorrere è quella della revisione del regolamento comunitario. Revisione che non dovrebbe essere avviata in un periodo di emergenza, quale quello che stiamo vivendo, ma dovrebbe invece reggersi su un solido lavoro scientifico, condiviso con la Comunità Ue che legifera su questi temi. Alzare i limiti di tolleranza mentre c’è l’oggettivo problema di tonnellate di mais invenduto lascerebbe infatti più di un dubbio sulle reali motivazioni sottese alla revisione.

Nell’immediato dobbiamo affrontare il problema costruendo un sistema efficace che possa da un lato limitare la formazione delle micotossine sulle colture e dall’altro creare un canale alternativo di commercializzazione delle partite, dove si dovessero rilevare contaminazioni superiori al consentito.

Il primo obiettivo, la riduzione della presenza di aflatossine sulla granella di mais, passa attraverso una migliore gestione delle colture e una maggiore protezione della pianta. Una misura efficace potrebbe essere l’obbligo di trattamento insetticida della piralide, in aree non irrigue, le più soggette al problema. Un’altra attività, la formazione agli agricoltori sulle pratiche che possono limitare il problema, come la raccolta con umidità non inferiore al 24% e, per chi utilizza l’impianto di essiccazione aziendale, una pulitura accurata della granella. Quest’anno, per esempio, un grande Consorzio Agrario Lombardo, per disincentivare la consegna da parte degli agricoltori di partite con umidità inferiori al 24%, ha applicato a queste consegne un sovrapprezzo sul costo di trattamento di 1,5 €/q a tutte le consegne al disotto del dato sopra indicato.

Per quanto riguarda invece gli stoccatori è evidente che, escludendo l’immissione di questi prodotti nei canali tradizionali zootecnici, bisogna pensare a un canale no food, che preveda l’utilizzo di queste partite per la produzione di energia e segnatamente come fonte amidacea negli impianti a biogas.

Oggi gli impianti a biogas in Italia sono quasi 800, per lo più concentrati nelle regioni del Nord, per circa 550 MW elettrici. Considerato che 1 MW può assorbire fino a 10.000 q/anno di granella di mais, il potenziale di consumo è di 5.500.000 q/anno per granella non conforme all’uso zootecnico.

Una soluzione molto interessante per una serie di motivi. In primo luogo perché si tratta di un’utilizzazione economica, cioè che genera valore, anche a vantaggio di tutta la filiera. Il secondo è legato al fatto che, costruendo un canale legale di commercializzazione delle partite non conformi, si disincentivano le pratiche illegali come la miscelazione di partite sane con partite inquinate. Inoltre, data questa possibilità al settore, si potrà essere molto più incisivi con le sanzioni in caso di comportamenti scorretti.

Digestato no problem

Va anche detto che per questo utilizzo ci sono già evidenze scientifiche sul fatto che l’inquinamento del mais non provoca problemi agli impianti di biogas. Inoltre non trova nessuna ragione la preoccupazione che il digestato, derivante dall’utilizzo di questi prodotti, possa in qualche modo provocare problemi ai terreni dove verrà poi distribuito. Ricordo che le aflatossine non sono dentro la pianta, ma sopra la pianta, e a ogni pioggia cadono sul terreno senza provocare alcun problema, anche perché stiamo parlando di quantitativi infinitesimali distribuiti su enormi superfici.

Da questa soluzione deriverebbero anche altri vantaggi, come la possibilità dei titolari di impianti di avere una fonte amidacea a costo ridotto rispetto al mercato e, per la parte zootecnica, una minore concorrenza sul reperimento di partite di trinciato di mais fondamentale per la razione della vacca da latte.

Un aspetto delicato di questa proposta è la sicurezza. È fondamentale costruire un sistema di tracciabiltà, che preveda: la dichiarazione di possesso delle partite inquinate da parte degli stoccatori e degli agricoltori; l’identificazione sui documenti di trasporto del fatto che si tratta di mais no food; lo stoccaggio nelle adiacenze dell’impianto di utilizzo in magazzini dedicati e identificabili.

Dunque, l’emergenza micotossine potrebbe trasformarsi da problema in grande opportunità dando al contempo maggiore tranquillità ai consumatori e al settore agroalimentare, per una volta senza un costo economico sociale. 

(*) L’autore è assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia.


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