Tecnica –

Non eccelso il trinciato in Lombardia

Mais

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Che non sarebbe stato un anno d’oro per i raccolti foraggeri, in Lombardia, era chiaro ormai dalla primavera scorsa, quando il primo taglio di foraggio passò in cavalleria, causa piogge continue. La conferma, sempre per questa regione, è arrivata nelle scorse settimane, con la campagna del trinciato di mais: prodotto non pessimo – diciamolo subito a scanso di equivoci – ma nemmeno eccelso.


Con rese inferiori anche del 25% rispetto allo scorso anno (la media parrebbe essere un -20%, comunque). E soprattutto con una scarsità di energia alimentare, che avrà il silomais, che non fa ben sperare per l’efficienza della razione per i bovini.


Le ragioni della cattiva annata sono note e tutte da ricondurre alla difficilissima primavera 2013. Quando piovve ininterrottamente per quasi tre mesi, facendo saltare ogni programmazione sui raccolti. Il mais che vediamo oggi in campo è figlio di questa “anarchia” agronomica.


Ne troviamo, sostanzialmente, di tre tipi: quello seminato prima delle piogge, quello messo a dimora alla bell’e meglio tra una perturbazione e l’altra, le semine in super-ritardo, da metà giugno in poi.


Dai primi responsi di campo, nessuno dei tre fa sistematicamente meglio degli altri, perché, oltre all’epoca di semina, anche la composizione del terreno influisce sul risultato: quando piove incessantemente, la differenza tra tessitura sciolta e argillosa diventa determinante, per esempio. I suoli sciolti, infatti, drenano più facilmente e dunque evitano ristagni e i conseguenti problemi alle piantine già emerse.


In linea di massima possiamo dire che il mais seminato prima delle piogge ha una resa di medio livello: non pessima sebbene certamente inferiore al 2012. Quello del secondo tipo, seminato, diciamo così, in stato d’emergenza, pare essere il peggiore. Mentre chi ha aspettato che il tempo volgesse al bello – a costo di ritardare la semina di quasi due mesi – ha avuto ragione: oggi ha un prodotto nettamente in ritardo, ma di qualità soddisfacente e dunque ha la concreta speranza che raccogliendolo a ottobre inoltrato possa portare a casa un buon silomais.


Ma le stalle non aspettano


Il fatto è che, purtroppo, non tutte le stalle possono aspettare l’epoca di raccolta corretta, perché ormai le trincee sono vuote da settimane. Tanto è vero che diversi allevatori stanno alimentando gli animali con prodotto verde, già da inizio settembre. Dunque si finisce col raccogliere comunque, anche se la pianta non ha completato il suo sviluppo e, soprattutto, ha un tasso di umidità eccessivo.


Un dato abbastanza comune, segnalato da più parti, è poi la difficoltà di fecondazione: su molte piante le spighe sono assenti, sintomo di una fecondazione non avvenuta. Vuoi per l’eccesso di pioggia, vuoi perché la fioritura ha coinciso con la fine di luglio, quando si è avuto il peggior picco di caldo dell’estate.


Per avere una prima indicazione sull’andamento della campagna in Lombardia abbiamo sentito alcuni contoterzisti, scelti tra le maggiori aziende della regione specializzate in trinciatura di mais e foraggi in genere.


Nella Lombardia del Nord


Cominciamo dall’estremo nord della regione con i fratelli Casiraghi, che vivono a Montevecchia (Lc), ma arrivano, con le loro Jaguar, fino al confine svizzero e, a sud, al limitare di Crema. «La situazione varia molto a seconda dei territori – ci dice Giancarlo Casiraghi – ed è forse peggiore nel Cremasco, tra Pandino e Rivolta d’Adda, dove abbiamo un buon 20% in meno rispetto alla media. Fortunatamente, la qualità non è malvagia. Tuttavia, non si va oltre i 450 quintali per ettaro, per gli appezzamenti seminati a inizio primavera. Quelli seminati a giugno sembrano migliori, ma vedremo quando sarà il momento di raccogliere».


Il calo produttivo è invece più contenuto nell’hinterland milanese, continua Casiraghi, dove si raggiungono e in qualche caso superano le 50 tonnellate, mentre l’estremo nord della regione, tra Como e la Svizzera, sembra avere medie in linea con gli anni scorsi. «Per quanto riguarda il territorio di nostra competenza, il posto peggiore è sicuramente il Lecchese, dove i terreni non sono irrigui e dove si è sofferta la siccità di luglio e agosto. Qui non si arriva a 200 quintali per ettaro e in molti casi anche ci si ferma a 150».


E al centro la grandine


Spostandoci nella parte centrale della regione troviamo un’altra brutta sorpresa: la grandine. Quest’anno ha picchiato duro nelle province di Milano, Brescia e parzialmente nel lodigiano.


«Dove è passata ha portato via tutto – ci dice Gianluca Cornale, di Isorella (Bs) – e dunque è inutile parlare di rese. Le zone che non sono state colpite hanno un rendimento altalenante. Senz’altro siamo lontani dai livelli dello scorso anno, anche se in qualche caso abbiamo produzioni valide. Il mais migliore, qui nel Bresciano, sembra essere quello piantato prima delle piogge. Chi ha aspettato e ha dovuto poi seminare in mezzo all’acqua ha invece rese pessime».


Anche i fratelli Vitali di Melegnano (Mi) hanno avuto a che fare con la grandine. «I danni peggiori, per quanto ci riguarda, si vedono tra Melegnano, Casaletto e Cerro al Lambro. Si arriva al 90% di perdite, ma al di là di questi casi estremi, danni del 50% sono comuni. Nelle zone non colpite dalla grandine il calo produttivo è comunque evidente: tra il 20 e il 25% in meno rispetto allo scorso anno».


Le cause di questa contrazione produttiva? «L’hanno causata diversi fattori, tra i quali non va dimenticato l’andamento stagionale del tutto anomalo: il mais è germinato e spuntato con abbondanza di acqua, così le radici non sono scese in profondità ma si sono allargate in superficie. Quando è arrivata la siccità, in luglio, le piante hanno sofferto più del normale e in qualche caso non si sono neppure fecondate. Come risultato si ha che sebbene qualcuno abbia fatto anche 530 o 540 quintali, nella maggior parte dei casi non si va oltre 450 e non di rado si scende abbondantemente sotto i 400».


Un prodotto carico d’acqua


Giuliano Oldani, di Borgo San Giovanni (Lo) è un altro specialista in trinciatura. Nel suo territorio la raccolta è iniziata in ritardo: attorno al 10 settembre se non oltre. «Anche da noi la grandine si è fatta sentire, ma al di là di questi fenomeni, abbiamo comunque produzioni scarse, soprattutto per quanto riguarda l’energia. La pannocchia non si è sviluppata bene, forse per problemi di fecondazione. Così, anche chi arriva a 600 quintali per ettaro raccoglie un prodotto poco energetico. E, soprattutto, carico di acqua, perché si sta trinciando mais ancora verde. Cosa che fra le altre cose crea anche problemi di raccolta. Bisogna tenere aperto il rompigranella e fare attenzione con le lunghezze, altrimenti invece del trinciato si porta a casa una zuppa».


Renato Anselmi – che con il padre Angelo lavora a Pozzaglio, provincia di Cremona – non esce dal coro: «Il prodotto migliore è quello seminato dopo le piogge e che si raccoglierà in ottobre. L’altro è scarso, in resa e qualità: difficilmente si va sopra i 500 quintali per ettaro».


Bene nel pavese


Se Lodi è partita in netto ritardo, Pavia, nel sud della regione, ha invece avuto una stagione più regolare. La trinciatura è iniziata appena prima di ferragosto e si è conclusa con il mese di settembre.


Per questo areale ecco la segnalazione di Luigi Noè, agromeccanico di Garlasco: «Abbiamo prodotto un 15% circa in meno dello scorso anno. Se nel 2012 si sfioravano i 650 quintali come punta massima, quest’anno chi è andato davvero bene è arrivato vicino a 600, ma la media è attorno a 450 e in molti sono rimasti sotto quota 400. Si tratta soprattutto di semine tardive, mentre ha fatto meglio chi ha seminato presto; diciamo in epoca canonica. Oppure, chi ha la fortuna di avere terreni sciolti, che non soffrono l’eccesso di acqua».


Nel complesso, comunque, Noè è soddisfatto: «Ci eravamo preparati a un’annata molto scarsa; alla fine è andata meglio del previsto».

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