L’impatto economico delle patologie

Dalle limitazioni alla commercializzazione alle perdite produttive. Il punto sulla situazione degli ultimi anni illustrato da Loris Alborali dell’Izsler nell’ambito della Rassegna suinicola alle Fiere di Reggio Emilia


Pigs who are photographed on one of farms

Le patologie possono incidere notevolmente sul bilancio economico delle aziende suinicole italiane per la limitazione alla commercializzazione che determinano e per le perdite produttive che ne conseguono. Il punto della situazione lo ha fatto Loris Alborali, dell’Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna (Izsler) al convegno, organizzato dal Crpa, “Scenari e opportunità per la suinicoltura al 2020”, nell’ambito della tre giorni di convegni a marchio Rassegna Suinicola alle Fiere di Reggio Emilia.

Le patologie possono incidere sul bilancio economico per la limitazione alla commercializzazione (la malattia di Aujeszky) e per le perdite produttive che causano (complesso delle patologie respiratorie, patologie enteriche, Porcine reproductive & respiratory syndrome – PRRS). Vi è poi una patologia che recentemente è ricomparsa nei nostri allevamenti (Porcine epidemic diarrhea – PED) e che, pur incidendo ad oggi relativamente sulla produttività, va menzionata per le perdite produttive che ha causato in altri Paesi.

La malattia di Aujeszky

«Negli ultimi tre anni ‒ ha affermato Alborali ‒ è stato fatto un buon lavoro per eradicare la malattia di Aujeszky, ma non possiamo permetterci di abbassare la guardia. In ogni caso, nel nostro Paese, la sensibilizzazione dell’ultimo triennio all’applicazione sistematica e controllata del piano vaccinale negli allevamenti sta portando i primi risultati».

In Lombardia, ad esempio, dal 2009 a questa parte la malattia di Aujeszky sta lievemente diminuendo. Nel 2009 interessava il 44,7% degli allevamenti a ciclo aperto e il 50,2% di quelli a ciclo chiuso (media tra ciclo aperto e ciclo chiuso: 46,6%), nel 2010 gli allevamenti a ciclo aperto coinvolti dall’Aujezsky erano il 45% e quelli a ciclo chiuso il 43% (media: 44,4%), nel 2011 gli allevamenti a ciclo aperto erano il 42% e quelli a ciclo chiuso il 44,3% (media: 43%), nel 2012 gli allevamenti a ciclo aperto erano il 38,6% e quelli a ciclo chiuso 37,8% (media: 38,3%), per scendere, nel 2013, al 27% nel caso degli allevamenti a ciclo aperto e al 26% nel caso di quelli a ciclo chiuso (media: 26,5%). Nel 2014 la malattia riguardava il 22% degli allevamenti lombardi a ciclo aperto e il 21,5% di quelli a ciclo chiuso. All’inizio del 2015 il numero degli allevamenti lombardi interessati dalla malattia è sceso ulteriormente al 10% per quelli a ciclo aperto e al 12% per quelli a ciclo chiuso.

Alborali ha sottolineato che è molto difficile valutare l’incidenza economica delle patologie, così come il loro costo in allevamento. Un’idea di come sono presenti nei nostri allevamenti si può avere analizzando i dati relativi all’attività della Sezione diagnostica – Izsler di Brescia e in particolare al sospetto avanzato in fase di conferimento del materiale, alle lesioni riscontrate durante l’esame anatomo-patologica e ai patogeni isolati.

Malattie enteriche

Tra le malattie che incidono maggiormente sulla produttività degli allevamenti figurano le patologie enteriche. I dati dell’attività della Sezione diagnostica di Brescia di Izsler indicano che nel 2014 il materiale conferito per problematiche enteriche proveniva per il 47,73% dai reparti di svezzamento, il 39,96% da quelli sottoscrofa, il 7,56% dal magronaggio, l’1,3% dal settore dei riproduttori e l’1,08% da quello da ingrasso.

«La positività al Rotavirus – ha voluto specificare il tecnico dell’Izsler – coinvolge soprattutto i suinetti e ha riguardato il settore dello svezzamento e dei suinetti sottoscrofa. I settori del magronaggio e dell’ingrasso sono invece quelli toccati maggiormente dalla problematica della Brachispiria (38%). La positività per la Lawsonia ha coinvolto il 17% dei campioni provenienti dal settore del magronaggio e il 20% di quello dei riproduttori».

Problematiche respiratorie

Facendo sempre riferimento all’attività nel 2014 della Sezione diagnostica di Brescia di Izsler, i dati indicano che il materiale conferito per problematiche respiratorie ha coinvolto lo svezzamento per il 49%, il 29% del magronaggio, l’11% del settore ingrasso, il 5% di quello sottoscrofa e ugualmente il 5% del reparto dei riproduttori.

«Le forme respiratorie più impattanti – ha proseguito Alborali – rientrano nel complesso della malattia respiratoria del suino e comprendono numerosi patogeni sia virali che batterici. La positività al PRRSV ha riguardato per il 70% i campioni provenienti dal settore sottoscrofa e, per la stessa percentuale, dallo svezzamento, il 59% e il 40% quelli provenienti rispettivamente dal magronaggio e dall’ingrasso. La positività per PCV2 – PMWS, che negli ultimi anni si è ridotta moltissimo grazie all’applicazione massiva della vaccinazione, ha riguardato soprattutto campioni provenienti dall’ingrasso e in numero molto limitato dal magronaggio».

Per i patogeni batterici notevolmente diversa è stata la percentuale di positività dei campioni e la provenienza dai diversi settori dell’allevamento. Haemophilus parasuis ha interessato soprattutto i campioni provenienti dal settore svezzamento e sottoscrofa. La positività per Pasteurella multocida ha coinvolto il 22% dei campioni provenienti dall’ingrasso, il 16% dal settore sottoscrofa, il 25% dal magronaggio e il 22% dallo svezzamento. La positività all’Actinobacillus pleuropneumoniae ha interessato soprattutto i settori del magronaggio e dell’ingrasso e, in misura minore, quelli dello svezzamento e dei riproduttori.

Per quanto riguarda la positività allo streptococco, l’incidenza maggiore ha riguardato i campioni provenienti dallo svezzamento e dai suinetti della sala parto.

Se pensiamo che negli ultimi anni la Porcine reproductive & respiratory syndrome negli Stati Uniti ha raggiunto un costo di almeno 664 milioni di dollari, come possiamo far fronte noi a questo problema? «Il controllo della PRRS – ha risposto Alborali – è un obiettivo comune a molti dei nostri allevamenti. Nella maggior parte di essi l’obiettivo deve essere quello della stabilità, vale a dire mantenere controllata la circolazione ed elevata l’immunità di popolazione attraverso la vaccinazione, l’applicazione di misure di biosicurezza e di pratiche gestionali quali, ad esempio, il flusso unidirezionale. In alcuni allevamenti e in particolari aree, l’obiettivo può essere quello dell’eradicazione ed è chiaro che, una volta raggiunta la negatività, in tali casi si rende indispensabile l’applicazione molto rigorosa di misure di biosicurezza esterna».

La PED

Un’altra malattia che oggi incide relativamente sulla produttività, ma che in altri Paesi ha causato danni notevoli è la Porcine epidemic diarreha (PED). In Italia il Coronavirus della PED ha sempre circolato negli ultimi decenni: nel 2005 e 2006 si è trattato di una vera e propria epidemia, quindi è rimasta presente in forma sporadica fino al 2014 e dall’inizio 2015 è ricomparsa in forma epidemica interessando più di 100 allevamenti.

«Nel 2010 in Cina ci sono stati focolai che hanno causato mortalità elevate oltre il 70% nei suinetti sottoscrofa. Anche in Thailandia sono stati numerosi i focolai in cui la mortalità era molto elevata. Nell’aprile 2013 negli Stati Uniti sono comparsi focolai caratterizzati dalla stessa gravità evidenziati in Aisa. I danni causati dalla PED hanno determinato un calo del mercato suinicolo americano compreso fra il 2,5% e il 4,2% (5 milioni di suinetti morti). Successivamente, a partire dall’estate 2014 a oggi, anche Paesi europei come Germania, Francia, Paesi Bassi e Ucraina hanno segnalato la presenza di focolai di PED».

Ha concluso Alborali: «Oggi i costi sanitari nei nostri allevamenti rappresentano una voce molto importante nel bilancio aziendale che spesso risulta essere determinante per la sopravvivenza dell’allevamento. Eradicare la malattia di Aujeszky dai nostri allevamenti è un obiettivo importante per la commercializzazione dei suini e dei prodotti. Per ottenere quest’ultimo risultato, occorre continuare la profilassi vaccinale soprattutto negli allevamenti da ingrasso e nei cicli chiusi e intensificare le misure di profilassi e di biosicurezza negli allevamenti problematici. È importante continuare a lavorare in modo coordinato tra allevatori, operatori del settore, veterinari aziendali e pubblici per garantire la corretta applicazione dei programmi vaccinali, delle misure di biosicurezza e così via. Non ultimo, dobbiamo continuare ad accreditare gli allevamenti, controllandoli ogni tre mesi in modo da renderci conto in tempi brevi delle re-infezioni che rappresenteranno il maggior ostacolo all’eradicazione territoriale nei prossimi mesi».


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