L’industria suinicola danese continua la sua metamorfosi

Allevamenti sempre più grandi, specializzati e con un focus rivolto all’export di suinetti. Questi rappresentano i tratti salienti di un industria suinicola che sta a sua volta vivendo problematiche interne importanti, ma che è determinata a uscire dalla crisi


danese

La fotografia odierna dell’industria suinicola danese è profondamente diversa rispetto a quella che si sarebbe scattata 10 anni fa, ma è altrettanto diversa rispetto a quella che si potrà scattare nel 2024. Se i numeri non sono un’opinione, basta dare loro spazio e snocciolarli nel dettaglio: secondo i dati del Seges Pig Research Centre, nel 2004 gli allevamenti erano 8.514, nel 2014 3.638 e nel 2024, se verrà mantenuto il trend, ne rimarranno all’incirca 1.300.

Ovviamente è superfluo dire che la riduzione riguarderà solo il numero di allevamenti, mentre il numero di scrofe allevate sarà pressoché stabile con la considerazione seguente: si assisterà ad un’ulteriore concentrazione e ingrandimento degli allevamenti. Il fenomeno delle dismissioni ha riguardato sia gli allevamenti con scrofe, sia i soli ingrassi che anzi, sono stati quelli maggiormente vittime di chiusure soprattutto in seguito agli anni di forte crisi del 2007 e 2008.

Evoluzione negli allevamenti di scrofe

A fronte di un numero di scrofe che si è mantenuto costante intono a 1-1,1 milioni, si è assistito negli ultimi 10 anni quasi al raddoppio della taglia delle scrofaie che producono suinetti (da 373 a 701 scrofe) e alla quasi triplicazione dei numeri nei cicli chiusi (da 181 a 492). Così si può intuire che vi sia stata una progressiva riduzione negli allevamenti piccoli: quelli con 250 scrofe erano il 64% del totale e detenevano il 23% del parco riproduttori danesi, mentre nel 2014 tali allevamenti erano solo il 20% arrivando a detenere solo il 4% dei riproduttori. Le aziende tra le 250 e le 500 scrofe sono rimaste relativamente numerose, ma la quota di animali detenuti sul totale si è pressoché dimezzata (dal 31 al 16%). Ovviamente in controtendenza vi sono le grandi aziende con 1.000 scrofe e oltre, che nel 2004 erano numericamente il 3% sul totale e detenevano il 16% dei riproduttori danesi e oggi sono il 18% e allevano oltre il 40% delle scrofe.

Il tutto viene riassunto nelle figure 1 e 2.

Differenziazione produttiva

Analogamente, anche nei vari indirizzi produttivi si è assistito a cambiamenti. Infatti, nel 2004 la forma aziendale più diffusa era rappresentata dal ciclo chiuso (4.144 aziende pari al 48,7% del totale), seguita dal solo ingrasso (3.315 aziende) per terminare con i semplici allevamenti di scrofe e relativi lattoni (1.055 aziende). Nel decennio 2004-2014 le aziende che sono diminuite maggiormente sono stati i cicli chiusi (ridotti di 3,7 volte), seguite dagli ingrassi (-45%) e infine dalle scrofaie (-35%).

Questo ridimensionamento dei cicli chiusi ha fatto si che in essi si allevassero solo il 53% delle scrofe nazionali contro il 66% del 2004 e si ingrassassero in essi il 35% dei suini grassi prodotti contro il quasi 50% di 10 anni prima.

Anche in Danimarca, con l’ingrandimento delle dimensioni aziendali, si è assistito a un aumento dei siti produttivi. In generale i cicli chiusi sono quelli che per ovvi motivi sanitari, si sono decisamente spostati verso il cosiddetto multisede. Solamente il 32% di questi ultimi ha un solo sito produttivo.

Mentre per quanto riguarda gli ingrassi, si assiste alla proporzione inversa in cui quasi il 70% delle aziende ha un solo sito produttivo.

In tabella 1 si può apprezzare com’erano strutturati gli allevamenti danesi nel 2014.

Anche negli ingrassi la concentrazione ha portato effetti analoghi osservati nelle scrofaie. Così la metà dei siti d’ingrasso producono meno di 2.500 suini/anno e contribuiscono alla produzione nazionale per il 14%, mentre solo il 3,8% degli allevamenti producono più di 10.000 grassi per anno per un contributo complessivo del 17%.

In tabella 2 si presenta la proiezione attesa al 2024 per quanto riguarda i siti d’ingrasso con dimensioni, numeri e quota di suini prodotta. In essa si vede come gli stessi istituti di ricerca danese non sono in grado di stimare di quanto aumenteranno i grossi allevamenti d’ingrasso per effetto della crisi in cui versa il settore.

Ciò che si è osservato nel periodo 2009-2014 è che la crescita dei grandi allevamenti non è stata in grado di compensare la perdita produttiva causata dalla dismissione delle piccole aziende. L’obiettivo del Governo è quello di incentivare la costruzione di nuovi posti ingrasso (vedi box “La produzione di grassi versa in uno stato di crisi”), ma a oggi non si è in grado di prevedere gli effetti che anche questa campagna sarà in grado di sortire.

Conclusioni

Come si è detto e si può apprezzare anche dai box di approfondimento, la suinicoltura danese ha vissuto un decennio di forti mutamenti e continuerà a evolversi anche da qui al 2024.

 

Leggi l’articolo completo di grafici e tabelle sulla Rivista di Suinicoltura n. 10/2016

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