L’impatto economico di influenza e parassitosi

Sono molti gli allevatori che lo sottovalutano. Giorgio Leotti, di Merial Italia, illustra alcuni casi dimostrando come la perdita sia in realtà significativa


influenza

influenza

Giorgio Leotti, di Merial Italia S.p.A.

«I virus influenzali rappresentano una delle cause più importanti (e costose) di focolai di forme respiratorie nei suini». È partita da questa considerazione la relazione di Giorgio Leotti, di Merial italia Spa (società leader a livello mondiale nel settore della salute animale), tenuta recentemente a Codroipo (Udine), presso la sede dell’Associazione allevatori del Friuli-Venezia Giulia. E il titolo era assai interessante e significativo: “Influenza e malattie parassitarie nei suini. Due conti a tavolino”.

Posto che l’influenza suina (IAV-S) è una malattia virale che si distingue in vari tipi (A, B, C,), il tipo A è quello che, nei suini, riveste un ruolo primario, ha spiegato Leotti.

Lo svezzamento è il settore d’allevamento dove, statisticamente, viene maggiormente evidenziato il virus influenzale: 54,5%, seguito dal magronaggio (25,3%) (vedi tabella 1).

IAV-S: sintomi clinici più frequenti

Un sondaggio, svolto nel 2013 presso molti veterinari europei, ha messo in luce quali siano i sintomi clinici più frequenti derivati dalle infezioni di IAV-S (vedi figura 1). Il 74% dei rispondenti, riguardo alle scrofe, segnala ipotermia; il 69%, anoressia/apatia e il 37%, aborti. Percentuali molto simili si registrano anche nei suini da riproduzione: 65% ipertermia; 70% anoressia/apatia; 58% tosse.

La gran parte dei veterinari europei emettono la diagnosi su base clinica (65%), ma il 61% si affida alla diagnosi sierologica (con prelievo di sangue) e il 52% a quella virologica attraverso il prelievo di un campione (tampone nasale, tessuto polmonare, fluidi orali).

Impatto economico dell’IAV-S

Molti allevatori sottovalutano il rischio e il danno economico provocato dagli attacchi influenzali. Così Leotti ha presentato tre case report puntuali: due italiani e uno statunitense, relativi agli anni 2010-2011.

Il primo caso riguarda un allevamento di Mantova, a ciclo chiuso, con 350 scrofe. Nel 2010 si verificò un grave focolaio di IAV-S/H1N2 con il coinvolgimento graduale e prolungato di tutti i settori. L’impatto economico del virus, alla fine, pesò per un valore pari a 129 euro per scrofa presente (complessivamente: 45.150 euro).

Il secondo caso riportato è relativo a un allevamento di Perugia dove, nel 2011, si sviluppò un focolaio di IAV-S/H1N1, con il coinvolgimento graduale di tutti i settori.

La porcilaia aveva 3 mila posti con flusso tutto pieno/tutto vuoto, in un’area a scarsa densità di popolazione suinicola. I suini grassi, a fine ciclo, erano Aujeszky e Prrs negativi. L’impatto economico del virus fu di 9-10 euro per suino grasso macellato.

Nello stesso anno, in un allevamento del Wisconsin (Usa), si verificò un focolaio di IAV-S/H1N2. L’allevamento era un multi-sito con 10 mila posti in ingrasso. L’impatto economico contabilizzato fu di 10,31 dollari per suino grasso prodotto.

La forma più economica ed efficace di prevenzione, in questo caso, secondo Leotti, rimane sempre la vaccinazione, meglio se ad azione trivalente.

Le malattie parassitarie dei suini

A proposito di vaccini, va ricordato che le parassitosi esterne e interne deprimono il sistema immunitario dei suini e possono compromettere la qualità della risposta immunitaria alle vaccinazioni. Le parassitosi sono ancora presenti negli allevamenti italiani; l’esecuzione solo saltuaria dei trattamenti ne facilita la diffusione e ne aumenta la prevalenza.

La rogna può deprimere l’incremento ponderale giornaliero fino al 20% e l’indice di conversione alimentare fino al 10%.

L’ascaridiosi, provocata dal nematode endoparassita Ascaris suum, causa la riduzione dell’assunzione di alimento, stimata del 5%.

Questo provoca, inevitabilmente, una diminuzione dell’incremento di peso dell’animale a motivo della stessa anoressia, ma in misura molto maggiore dalla perdita dell’efficienza nell’assorbimento intestinale dei nutrienti a causa dei danni provocati dalla presenza del parassita. Le lesioni alla mucosa intestinale e l’atrofia dei villi dell’ospite contribuiscono, sostanzialmente, alla perdita del 31% dell’incremento di peso dell’ospite. Si stima, inoltre, che tali perdite siano traducibili nell’aumento del 4% della durata della fase di ingrasso. È opportuno sottolineare che, questi dati, sono stati ottenuti da studi condotti nel suino leggero e che, quindi, sono potenzialmente sottostimati nel caso dell’allevamento del suino pesante.

A favore dei trattamenti farmacologici

Basterebbero già questi numeri per far pendere la bilancia economica verso il sì ai trattamenti farmacologici, ma ci sono anche dei riscontri sperimentali illustrati da Leotti.

L’utilizzo di un farmaco ad ampio spettro (per il contrasto alla rogna, ai pidocchi e ai vermi), a esempio, su un campione di 520 suini, ha comportato un aumento del peso vivo, a fine ciclo, pari a 4,45 kg a soggetto, rispetto al campione di controllo. Ciò equivale a una resa addizionale di 6,834 euro a suino trattato.

In un altro caso, è stato registrata una riduzione del consumo di mangime in fase di ingrasso di 37,8 kg per ciascun suino prodotto.

Calcolatrice alla mano, dunque, l’allevatore può capire e conoscere quanto costa trattare e, di converso, quanto è il guadagno ricavato da tale (eventuale) costo. Poi, si passa alla scelta operativa.

 

Leggi l’articolo completo sulla Rivista di Suinicoltura n. 5/2016

L’Edicola della Rivista di Suinicoltura


Pubblica un commento