Guglielmo Golinelli, a Bruxelles voce della suinicoltura italiana

Prezzi congrui al reale valore della carcassa e valorizzazione dei trasformati. Queste le linee di azione che intende promuovere a sostegno del settore italiano l’allevatore di Mirandola (Mo) Guglielmo Golinelli, che da luglio siede al Tavolo osservatorio del mercato delle carni bovine e suine della Commissione Ue


golinelli

È arrivato a Bruxelles per dare voce alla suinicoltura italiana. Guglielmo Golinelli, ventinovenne allevatore suinicolo di Mirandola, nel Modenese, dal 15 luglio scorso siede al Tavolo osservatorio del mercato delle carni bovine e suine della Commissione europea, in qualità di esperto nel Gruppo di lavoro carni suine e come rappresentante del Consiglio europeo dei giovani agricoltori (Ceja). Un traguardo raggiunto dopo la “gavetta” sindacale svolta sul territorio all’interno dell’Anga-Giovani di Confagricoltura e nella giunta di Confagricoltura Modena (ruolo che ancora oggi ricopre), e dopo aver conseguito due diplomi universitari (Scienze e tecnologie delle produzioni animali all’Università di Bologna ed Economia e gestione del sistema agroalimentare alla Cattolica di Cremona, con tesi di laurea sul mercato suinicolo italiano e sull’etichettatura delle carni suine), sfociati nella formazione sul campo all’interno del Consiglio di amministrazione Opas-Italcarni, ma soprattutto nell’impresa di famiglia giunta alla quarta generazione. Infatti, la storia dei Golinelli nasce nel lontano ‘48 quando il bisnonno Attilio iniziò con l’allevamento di vacche da latte e la semina di cereali. Le vacche poi hanno lasciato il posto ai tori da carne e infine ai suini, negli anni Settanta.

Oggi l’allevamento è a ciclo aperto, da riproduzione; conta 1.100 scrofe destinate alla produzione di suinetti per il Prosciutto di Parma e si affianca a un piccolo centro di ingrasso. Con lui lavorano anche i fratelli Gregorio e Giacomo, in particolare quest’ultimo cura le orticole e i seminativi (55 ettari a meloni; 110 a pomodori da industria; 10 a zucche; 10 a angurie e altri a cereali).

Di seguito le risposte di Golinelli alle nostre domande.

 

Qual è stata la prima impressione dai banchi Ue?

«Mah! Tutto il sistema – spiega Golinelli senza nascondere perplessità e preoccupazione – ruota attorno a un dato complessivo europeo: il surplus di produzione (in Germania, Danimarca, Olanda e Spagna), che comporta un abbassamento dei prezzi. Di conseguenza, la politica che si adotta è quella di incentivare l’esportazione di carne fresca e congelata, ma noi non rientriamo in questo indirizzo perché esportiamo soprattutto trasformati».

Con i numeri alla mano, precisa Golinelli: «Le esportazioni Ue verso la Cina sono aumentate del 46% da gennaio a maggio 2016, e nella quasi totalità riguardano carne suina congelata e non lavorata».

Un altro dato che fa riflettere, prosegue il giovane allevatore, è la rilevazione del prezzo cioè il prezzo soglia, che si basa praticamente solo sul suino leggero e sulle carcasse S (con più del 60% di carne magra) e su quelle E (con più del 55% di carne magra). In Italia, tanto per capirci, produciamo in maggioranza suini pesanti (carcasse “U”, “R”, “O”) dove non incide la percentuale “magra” bensì il tipo di lavorazione e stagionatura. Il 52% dei suini Ue è in classe “S”; il 37% è in classe “E”, e solo il 2% è in classe “R” (ovvero quelli che potrebbero rientrare nel disciplinare per il prosciutto di Parma).

Che fare, dunque?

«Vorrei concentrarmi – dice Golinelli – sui regolamenti per spostare l’interesse dell’Europa verso le esigenze del Bel paese. Il Tavolo ha l’obiettivo di dare un orientamento alla Commissione, partendo dall’analisi di una serie di numeri relativi alla produzione, macellazione, import-export, consumi, ammasso privato, ecc. Per l’Italia è di primaria importanza una rilevazione dei prezzi che sia rispondente al mercato e congrua al reale valore della carcassa, che è intrinsecamente legato al prosciutto, la parte dell’animale che più valorizziamo. Secondo, dobbiamo incentivare l’esportazione di trasformati (salumi e insaccati) perché attualmente la valorizzazione del suino pesante non è una priorità per i tedeschi, danesi, olandesi e spagnoli, che di fatto occupano il Tavolo. Basta dire che dei 40 rappresentati presenti – suddivisi in quattro sottogruppi (produttori, associazioni dei produttori, macellatori e trasformatori, Gdo) – sono l’unico italiano! In più, è del tutto evidente come l’Italia non abbia mai usufruito del regime europeo di aiuto all’ammasso privato di carni suine che invece è stato dirottato su Germania, Spagna, Danimarca e Paesi Bassi».

Ci sarà almeno un segnale positivo per l’Italia, che faccia ben sperare?

«Sì. Il numero di scrofette fecondate in Ue nel 2015 rispetto al 2014: è calato del 6%, il che significa che la quantità di suinetti europei diminuisce e di conseguenza, calando l’offerta, il prezzo dovrebbe crescere».

E sul fronte interno, in cosa possiamo migliorare?

«Modificando, se possibile, il disciplinare di produzione del Prosciutto di Parma e svincolando la qualità del prodotto dalla griglia europea di classificazione della carcassa (Seurop), perché il prosciutto non segue i principi della carnosità o dell’alto tenore di carne magra» risponde Golinelli.

Poi conclude, «in dieci anni in Emilia-Romagna hanno chiuso il 50% degli allevamenti per colpa di una politica soggetta alle linee dettate dalle associazioni di ambientalisti e animalisti. E l’Italia è diventata a poco a poco “un centro di lavorazione delle carni”, perché lo spostamento a valle della redditività ha portato a disincentivare la produzione. Ma a uno Stato – rimarca il suinicoltore di Mirandola – non conviene mai importare. Noi, dobbiamo creare un indotto sul territorio, far lavorare i mangimifici, i macelli, come anche i produttori di macchine e attrezzature».

 

Leggi l’articolo completo sulla Rivista di Suinicoltura n. 9/2016

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