Fiera di Montichiari parlano i suinicoltori

In occasione dell’edizione del febbraio scorso della rassegna agricola, tre allevatori lombardi ci descrivono le strategie messe in atto nelle proprie aziende per far fronte alle attuali difficoltà del settore


suinicoltori

Alla Fiera agricola zootecnica italiana (Fazi), che si è svolta a Montichiari dal 19 al 21 febbraio scorso, non si è parlato solo di bovini da latte. Erano presenti anche rappresentanti del comparto suinicolo, ma soprattutto allevatori.

Abbiamo voluto incontrarli e chiedere loro un giudizio su questo momento storico così difficile per la zootecnia.

Azienda Saetti

Il primo a essere intervistato è Cristian Saetti (foto 1), titolare insieme al fratello Fabio dell’omonima azienda situata a Olmeneta (Cr). Cristian ci spiega come sta affrontando questo periodo critico in cui molte stalle sono costrette a chiudere: «È dura, non lo nego: ma cerchiamo quotidianamente di lavorare al meglio, mantenendo un equilibrio tra qualità e produttività».

Cristian si ritiene fortunato, in qualità di soccidario, poiché non risente direttamente della vulnerabilità dei prezzi delle materie prime e di conseguenza del calo del valore della carne suina. «Affrontiamo il lavoro con la responsabilità di chi gestisce animali altrui e lo deve fare al meglio. Non abbiamo una ricetta precisa: cerchiamo di ridurre gli sprechi, di mantenere al meglio le strutture mediante una manutenzione ordinaria che eviti, ove possibile, l’intervento di tecnici esterni. Una gestione dei suini più attenta ci aiuta a limitare l’utilizzo di farmaci e lo spreco di mangime. Nel nostro caso il rischio d’impresa è basso, ma il margine è altrettanto basso. Quello che ci permette di aumentare la redditività è l’attenzione alle spese».

E ancora continua il titolare: «Non doversi esporre economicamente al mercato è rassicurante. La nostra capacità imprenditoriale viene valorizzata nel momento in cui riusciamo a produrre il miglior suino possibile, al minimo dei costi, con la finalità di reinvestire nuovamente il ricavato per poter ampliare l’attività, stando sempre attenti a non imbattere in investimenti difficili da ammortizzare».

Azienda Le Paghere

Fausto Zoni (foto 2) è uno dei titolari dell’azienda agricola “Le Paghere” situata a Travagliato (Bs), allevamento suinicolo rilevato dai tre soci Fausto, Enrico Zoni e Mario Lorini nel 2009. Anche Fausto, alla richiesta di raccontare quale sia la sua esperienza di allevatore in questi anni di crisi, risponde con sincerità e chiarezza: «Ci troviamo da imprenditori a dover fare i conti con il libero mercato, che non fa sconti a nessuno. Un’azienda non sta in piedi solo per la passione dei suoi membri: le scelte che abbiamo fatto recentemente sono state dettate proprio dalla necessità di migliorare la redditività attraverso un aumento delle performance dei nostri animali. Performance è una parola che ricorda molto le macchine; in un allevamento di suini è in stretto contatto con il loro benessere. Infatti – sottolinea il titolare – miglioriamo la loro vita per prevenire mortalità e accrescere animali come richiesto dallo standard, così da evitare gli scarti. La costante presenza in stalla e la capacità di prendere decisioni gestionali corrette – continua Fausto – ci agevolano nel superare i momenti di debolezza del mercato. Un esempio di questo è la scelta di ibridi che garantiscano un giusto compromesso tra performance e rusticità. Questi capi hanno garantito la scomparsa quasi totale di aggressività interspecifica e, a parità di arricchimento ambientale, sono più docili rispetto ad altri ibridi. Si tratta di suini con genetica danese e spiccata docilità; questa loro caratteristica ci ha consentito di limitare drasticamente gli interventi farmaceutici per curare gli episodi di cannibalismo».

Continua così l’allevatore: «Gli obiettivi “benessere animale” e “produttività” ci hanno spronato ad apportare modifiche strutturali vantaggiose sia per noi che per i suini, in particolare l’adeguamento del grigliato e l’inserimento di nuovi ciucciotti per l’abbeverata».

Un aiuto essenziale per affrontare il mercato, spiega ancora Fausto, è l’adesione alla Filiera cooperativa suinicoltori (Fcs). «Questa realtà, nata nel 2011, è un esempio virtuoso per il mercato: supporta gli imprenditori nella commercializzazione dei suinetti, si pone come interlocutore con le realtà di macellazione, rappresenta un riferimento per gli allevatori nei momenti critici consentendo di trovare soluzioni comuni. Per “Le Paghere” è un’esperienza più che positiva; come soci ci sentiamo tutelati, soprattutto al macello, grazie a una figura di riferimento che con la sua presenza si fa portavoce del nostro interesse, per quanto riguarda, ad esempio, la resa della carcassa dopo l’abbattimento. Grazie alla collaborazione con Fcs – continua Zoni -, noi suinicoltori abbiamo ottenuto un premio di produttività e concordato una griglia per le detrazioni più vantaggiosa. Infine, l’adesione alla cooperativa tutela non solo il singolo ma anche la collettività, mantenendo la registrazione storica dei dati delle macellazioni, consentendo una tracciabilità immediata».

Azienda San Biagio

Giuseppe Danesi (foto 3), il terzo imprenditore incontrato a Montichiari, lavora nell’allevamento San Biagio, situato a Pieranica (Cr), insieme ai genitori, Angiolino e Rosa, e al fratello Alessio. Il momento è ancora più critico per loro poiché, come racconta Giuseppe, stanno affrontando un episodio di Prrs in azienda.

«Non è facile e la tentazione di arrendersi è grande. Stringiamo i denti poiché è un evento transitorio, che sappiamo passerà presto, anche se è difficile da sostenere. Quando nell’allevamento etra una patologia simile non ci si può non sentire scoraggiati. Le scrofe che abortiscono vanno trattate separandole dalla mandria e intervenendo con terapie farmaceutiche che richiedono tempi di sospensione per la vendita con conseguente perdita economica. I suinetti vengono tracciati anch’essi: durante la vendita all’ingrassatore sono segnalati in quanto hanno seguito una terapia. Sicuramente siamo consapevoli che si tratta di misure giuste, poiché ne va della salute pubblica, ma quello che chiediamo è di essere maggiormente tutelati da parte delle istituzioni. Ci è stato recentemente chiesto uno sforzo enorme per l’adeguamento delle strutture alla normativa sul benessere animale – sottolinea Giuseppe -, ma nonostante ciò il mercato non ha risposto positivamente lasciandoci completamente soli nell’affrontare costi produttivi ancora troppo elevati. Ci siamo visti costretti a ristrutturare il capannone per le gestanti, prima erano stabulate in gabbie singole. Ora esiste un unico gruppo di gestanti, un gruppo dinamico, che consente a 270 scrofe gravide di essere libere all’interno del capannone, di venire riconosciute e gestite attraverso un transponder auricolare. Gli animali possono entrare in questo gruppo unico dopo soli 8 giorni dalla fecondazione; ho notato che in questa fase la transizione avviene in modo sereno, senza episodi di aggressività e aborti a causa dello stress»..

Tuttavia per essere competitivi non basta lavorare bene e con passione, motivo per il quale anche la San Biagio ha deciso di aderire alla cooperativa Fcs, con la quale stanno realizzando una filiera che garantisca riconoscimento economico ai suini italiani allevati con precisi criteri in termini di standard e benessere animale.

«Una degli aspetti più scoraggianti – conclude Giuseppe – è quello di non veder remunerato il proprio lavoro e assistere impotenti alla continua invasione di prodotti esteri che non potranno mai avere le stesse caratteristiche dei nostri suini nazionali. Noi allevatori ci auguriamo che si giunga a una contrattazione del prezzo del suinetto per non essere esposti alle continue variazioni del mercato».

 

Leggi l’articolo completo sulla Rivista di Suinicoltura n. 4/2016

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