La suinicoltura secondo Fabio Martini, presidente dell'omonima azienda romagnola –

Dove va la suinicolt

«Costi troppo elevati, garanzie solo dalla soccida»


Dove va la suinicoltura italiana? Come affronta il mercato una delle maggiori aziende italiane del settore zootecnico e mangimistico? Come evolve la soccida? Ne abbiamo parlato con Fabio Martini, presidente della Martini spa, importante azienda romagnola con realtà produttive dislocate in Emilia-Romagna, Umbria, Piemonte, Campania e Sardegna.

Dottor Martini, concentriamoci sul settore suinicolo. Qual è la situazione attuale?

«Non è una novità ricordare la crisi europea del triennio 2008-2011. Nel 2012 vi è stata una sostanziale ripresa dei prezzi, ma il margine di guadagno si è ridotto a causa dell’aumento del costo delle materie prime. I primi due mesi del 2013, ad esempio, sono stati soddisfacenti, mentre in marzo la congiuntura fra calo delle quotazioni e costi alti ha portato diversi allevamenti in perdita. E, storicamente, i mesi primaverili non sono positivi per le vendite. Detto questo, negli ultimi anni il patrimonio europeo delle scrofe è calato del 6-8% e ciò fa presumere un assestamento dell’offerta e quindi delle quotazioni. Non va però mai persa di vista l’incidenza dei costi di alimentazione: un suino che viene ingrassato per 7 mesi, non può trarre vantaggio in pochi giorni di prezzi bassi dei mangimi. Ciò che pesa è il lungo periodo e ad oggi i capi all’ingrasso si sono alimentati con materie prime costose».

Anche voi, come i maggiori gruppi italiani, ricorrete alla soccida come forma di contratto con gli allevatori. E’ ancora uno strumento valido?


«Direi proprio di sì. La soccida ha un’origine antica e che si è evoluta nel corso degli anni. La formula attuale dà garanzie a entrambi i protagonisti del contratto. Ritengo che oltre l’80% del nostro patrimonio suinicolo allevato sia in soccida. Noi siamo proprietari dei riproduttori: nei nostri allevamenti ci occupiamo di ingravidare le scrofe e dei parti. Poi anche dello svezzamento e, una volta che i suinetti sono giunti a circa 6 chilogrammi di peso, li diamo agli allevatori in soccida che li portano a 30 chilogrammi. Poi, da questi siti 2 vengono trasferiti ai siti 3 per l’ingrasso finale e in questo caso, almeno per ciò che ci riguarda, la soccida supera il 95%».

Ma quali sono i vantaggi per l’allevatore? Non rischia di diventare un mero esecutore senza possibilità di intervenire e gestire l’allevamento come meglio crede?


«Alla Martini applichiamo davvero il concetto della meritocrazia. Gli allevatori che producono meglio, che dimostrano i migliori indici di conversione e le mortalità più basse, ottengono migliori liquidazioni. Perciò ogni allevatore ha il campo libero per migliorare la conduzione del proprio allevamento e incrementare gli indici. E’ tutto a suo vantaggio. Un altro lato positivo è che non si accolla i rischi del mercato, perciò può pianificare gli investimenti sulla base di entrate abbastanza fisse. Allo stesso modo noi ci teniamo stretti i migliori allevatori e ogni anno abbiamo un certo ricambio: chi non dà i risultati attesi deve migliorarsi e se le condizioni negative persistono, siamo costretti a sostituirlo con un altro».


In tempo di crisi c’è modo di pensare anche agli investimenti?


«Non ci si può mai fermare. Nel prossimo autunno inaugureremo un nuovo stabilimento con una linea dedicata esclusivamente ai cotti di suino, pollo, coniglio, wurstel. I lavori stanno procedendo e in pratica stiamo rifacendo uno stabile dove in precedenza c’era la lavorazione delle uova. L’investimento ammonta a circa 6 milioni di euro».


Come vanno le vendite della carne?


«Non ci lamentiamo. E’ vero che i consumi non sono alti, comunque sono stabili. Non abbiamo registrato cali nelle vendite. Penso che alimenti di qualità, caratterizzati comunque da un prezzo accessibile a tutte le famiglie, rappresentino la base dell’alimentazione».


Quali sono i vostri numeri?


«Possiamo riassumere in 1.450 dipendenti, fra fissi e stagionali e oltre 500 milioni totali di fatturato. Un dato che comprende l’attività di Cafar, che macella polli ( interi, sezionati e preparati) e ottiene cotti e wurstel. Magema, società che comprende il macello di suini di San Zaccaria, vicino a Ravenna, e quello di conigli a Savignano sul Rubicone, e Martini Spa per mangimificio e allevamenti. Anche nel 2012 abbiamo fatto qualche nuova assunzione, in controtendenza rispetto a tanti altri settori e altre aziende».


Il macello di suini di San Zaccaria lavora a pieno regime?


«Macelliamo circa 500mila capi l’anno lavorando tre giorni alla settimana. Ogni anno rinnoviamo le attrezzature che si logorano e sostituiamo quelle linee che si presentano obsolete. L’efficienza si ottiene solo sostituendo i macchinari e rimanendo al passo con la tecnologia».


Le strategie per i prossimi anni?


«Continueremo ad evolverci e a studiare nuovi preparati di terza e quarta gamma».


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