Costi e indici tecnici del suino pesante

Per migliorare la redditività degli allevamenti italiani è necessario aumentare il numero di suinetti svezzati per scrofa all’anno. Danimarca e Olanda restano i Paesi al top in Europa


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I dati più recenti derivanti dai censimenti Eurostat evidenziano una stabilizzazione del numero di capi presenti nei paesi della Comunità europea (tabella 1) con 145,25 milioni di capi presenti nel 2013 (-0,4% rispetto all’anno precedente) dopo un calo abbastanza deciso dal 2010 al 2012. Tale calo di presenze fino alla fine del 2012 è da imputare principalmente alle problematiche derivanti dall’adeguamento alla nuova legislazione comunitaria sul benessere animale entrata in vigore nel gennaio 2013.

In Italia il calo è stato più consistente della media europea anche se facciamo riferimento al patrimonio di scrofe. Questo ha risentito ancor di più delle limitazioni imposte con la direttiva sul benessere che prevede il divieto di stabulazione permanente in gabbia individuale, con un calo del -5% in Italia e del -1,8% in Europa.

Relativamente alla produzione di carne i dati dell’Istat indicano una stabilità dovuta a un incremento dei grassi da macello contrapposto a un lieve calo dei suini dei circuiti per la denominazione di origine protetta. Nel 2013 sono stati circa 8 milioni i suini macellati per prodotti dop. Questo è il numero minimo degli ultimi 10 anni e, in contrapposizione all’aumento dei suini allevati fuori dai circuiti tutelati, tale andamento dovrebbe far valutare seriamente la possibilità di sviluppo della filiera di produzione del suino leggero/intermedio da macelleria nel nostro Paese.

Ricordiamo che ormai si importano più di 60 milioni di cosce all’anno e un totale di 934.927 tonnellate di carni fresche o congelate con incremento del +3% dal 2012 al 2013.

Costi e redditività

Per valutare la redditività degli allevamenti è indispensabile passare dall’analisi degli indici tecnici. Sicuramente, per gli allevamenti a ciclo chiuso o per le scrofaie, il numero di svezzati per scrofa/anno è fondamentale e, pur essendo in crescita passando dal 2010 al 2013 da 22,0 a 23,6 suinetti (tabella 2), rimane un indice con possibilità di miglioramento nonostante già si evidenzi una riduzione della mortalità in fase di pre-svezzamento.

I costi di produzione del nostro tipico suino pesante di 160 kg negli allevamenti a ciclo chiuso sono riportati nella tabella 3. I dati impiegati per le determinazioni sono quelli di allevamenti della Pianura Padana. Le voci dei costi espliciti sono estrapolate dalla contabilità aziendale e comprendono le spese per alimentazione degli animali, lavoro, energia, interventi medico-sanitari e altri costi variabili. La voce interessi e ammortamenti sono dati contabili calcolati o stimati dall’allevatore. In questo modo le voci esplicite sono confrontabili tra i diversi allevamenti, mentre i costi calcolati, dipendendo da fattori e situazioni tipiche del singolo allevamento, anche se necessari per un’analisi economica completa, hanno valenza indicativa.

Esaminando i dati per il ciclo chiuso integrato (tabella 3) si nota che i costi di produzione nel 2013 sono aumentati del +1,8% rispetto all’anno precedente, portandosi a 244,8 €/capo, pari a 1,53 € per kg di peso vivo prodotto. L’aumento contenuto è dovuto al maggior numero di suinetti svezzati per scrofa ottenuto con una attenta selezione dei riproduttori, una maggiore attenzione ai calori e una ridotta mortalità pre-svezzamento.

Questi buoni risultati testimoniano l’importanza della selezione dei riproduttori e dell’attenzione da porre alla fase riproduttiva. L’efficienza delle scrofaie consente così di contenere il costo del lavoro e l’incidenza degli ammortamenti.

Valutando i costi di produzione del ciclo aperto, cioè gli allevamenti che producono una sola parte del ciclo produttivo, vediamo in tabella 4 i dati relativi alla produzione del magrone di 35 kg e in tabella 5 quelli della produzione della sola fase di ingrasso considerando il peso finale di circa 167 kg.

Il costo dei magroni di 35 kg evidenzia un incremento del +0,7% per il 2013 sul 2012 dovuto sostanzialmente a un aumento dei costi per l’alimentazione che in parte sono compensati dal miglioramento delle prestazioni riproduttive delle scrofe. In tal modo l’incremento del costo per kg risulta molto contenuto.

Il costo di produzione della fase di ingrasso include la spesa per l’acquisto del magrone di 35 kg. Il costo finale risulta praticamente invariato in quanto i maggiori costi per l’alimentazione e per interessi-ammortamenti sono compensati dal minor costo d’acquisto dei magroncelli.

Si può notare un maggior incremento del costo per l’alimentazione rispetto al ciclo chiuso in quanto col ciclo aperto non si ha il miglioramento genetico espresso con il ciclo integrato sui riproduttori.

Il confronto internazionale

Analizzando gli ultimi dati prodotti da Interpig (tabella 6) possiamo confrontare gli indici produttivi italiani rispetto a quelli degli allevamenti di altri paesi europei. Si evidenzia la superiorità degli allevamenti danesi e olandesi soprattutto in termini di capi svezzati per scrofa. Ciò deriva da più suinetti vivi per parto e da un basso tasso di mortalità. Valutando gli indici delle prestazioni produttive all’ingrasso (Incremento giornaliero e Indice di conversione alimentare) va sottolineato che per l’Italia sono fortemente influenzati dalla specializzazione per la produzione del suino pesante tipico da prosciutto che impone la macellazione sopra i 160 kg di peso.

In Italia la diminuzione del parco scrofe e dei suini pesanti destinati alle produzioni dop ha sostenuto i prezzi nel 2013 con una media del suino grasso di 160-176 kg pari a 1,51 €/kg, ma nell’ultimo anno abbiamo visto un drastico calo delle quotazioni. La media del 2014 si è attestata a 1,41 €/kg, con un andamento al ribasso che nel dicembre 2014 è arrivato a 1,33 €/kg, nonostante il numero delle cosce destinate alla produzione delle dop sia in calo: nel 2013 è stato pari a 13,68 milioni di pezzi.

Anche i prezzi medi all’ingrosso dei lombi dalla metà del 2014 si sono mantenuti al di sotto della media dei due anni precedenti.

Tutto questo non aiuta la fiducia degli operatori del settore; infatti, l’indice del clima di fiducia (che sintetizza i giudizi degli operatori sul livello degli ordini, delle giacenze di prodotti finiti e le loro aspettative circa la tendenza della produzione nell’immediato futuro) attualmente risulta in diminuzione.

(*)Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali – Università degli Studi di Milano

 

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