Carni, l’Europa consente lo stoccaggio privato

Fontanesi: azione positiva per tamponare la crisi del mercato, ma serve una strategia più ampia e tarata su ogni tipo di filiera


allevam Parmigiani suini

«Ci riserviamo di esprimere un giudizio più dettagliato quando conosceremo più approfonditamente il decreto annunciato dal commissario europeo all’Agricoltura, Phil Hogan, ma l’iniziativa dichiarata di attivare lo stoccaggio privato delle carni suine è assolutamente condivisibile». Così afferma Lorenzo Fontanesi, presidente di Opas e di Unapros, l’associazione di organizzazioni di produttori di suini che aggrega circa un milione di capi.

«Condivido le parole del ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina – prosegue Fontanesi – che ha messo in luce le necessità di una filiera dal valore strategico, a partire dai numeri e dai volumi: 26mila aziende di allevamento, di cui oltre 4.500 fornitrici di materia prima per le Dop, un valore della fase primaria di produzione agricola intorno a 2,5 miliardi di euro, mentre i prodotti della salumeria valgono più di 7 miliardi di euro, con un valore complessivo della vendita al dettaglio di oltre 18 miliardi di euro».

Grandi valori, anche relativamente all’export, che nel 2013 ha superato 1,18 miliardi di euro, con il mercato russo che rappresentava un valore di circa 55 milioni di euro.

No a strategie standard

In base a quanto è stato annunciato dal commissario Hogan, il provvedimento prevede lo stoccaggio per una durata di 90, 120 e 150 giorni. «Ci auguriamo, tuttavia, che a questa prima azione, importante per tamponare una crisi di mercato innescata anche dall’embargo russo – dichiara il presidente di Unapros – faccia seguito una strategia più ampia e, possibilmente, non generalizzata su un modello standard di suinicoltura, ma che si possa intervenire con una certa flessibilità, sulla base delle caratteristiche specifiche delle filiere in ogni singolo Stato membro».

È noto, infatti, che la filiera del suino pesante e dei prosciutti Dop presenta peculiarità non riproducibili all’estero e che la Lombardia, regione nella quale si concentra il maggior numero di suini allevati per il circuito tutelato, già in passato aveva messo a disposizione 20 milioni di euro per il rilancio delle produzioni. Risorse per le quali era attesa un’autorizzazione all’impiego da parte del governo, mai pervenuta nell’ultimo anno e mezzo.

Fontanesi non vuole comunque illudere gli operatori sulla portata risolutiva dell’ammasso delle carni. «Il nostro pensiero è allineato a quanto espresso dall’Alleanza delle cooperative italiane – osserva Fontanesi – e cioè che lo stoccaggio potrà aiutare a superare o ad attenuare la problematica causata anche dall’embargo russo, ma dobbiamo essere ben consapevoli che sono misure estemporanee».

Per uscire dalla crisi, secondo Unapros, è necessario superare i problemi strutturali che affliggono il settore, che hanno portato all’attuale situazione e che ancora oggi continuano a essere irrisolti. «Abbiamo un consumatore con un potere di acquisto basso – specifica l’organizzazione ‒ e produrre a basso costo è ormai diventato insostenibile. Anche se nel 2014 il calo dei prezzi dei cereali ha dato una mano agli allevatori, allo stesso tempo ha messo in difficoltà un altro anello della filiera suinicola».

Bene dunque lo stoccaggio delle carni suine e dei prosciutti, ma allo stesso tempo la missione deve riguardare la ricerca di nuovi mercati, il miglioramento dell’efficienza produttiva e l’abbassamento dei costi di produzione. «L’utilizzo, nella bozza del regolamento europeo, della dicitura generica “prosciutto”, fa presupporre che non siano previste distinzioni per le produzioni Dop con il rischio che a beneficiare del provvedimento siano solo le filiere del Nord e del Centro Europa, lasciando l’Italia con il cerino in mano».

Costi paradossali

«La politica dovrà fare la propria parte – sollecita il presidente Fontanesi – per intervenire sui costi generali, apparentemente incomprimibili, se non addirittura in aumento, che spaziano dalla burocrazia al costo del lavoro, dell’energia, persino ai controlli».

Un esempio lampante di un meccanismo capovolto riguarda i controlli sull’autorizzazione integrata ambientale (aia), che di fatto viene sovvenzionata dagli allevamenti. «Siamo al paradosso – spiega Unapros ‒. Ben vengano i controlli, se finalizzati al miglioramento delle condizioni di allevamento, delle produzioni e dell’ambiente, ma arrivare al punto in cui è l’allevatore che deve pagare cifre ragguardevoli ogni qualvolta subisce un controllo, credo che non meriti alcun commento, perché siamo al teatro dell’assurdo».

Tutti questi meccanismi si ripercuotono, indirettamente, sui pezzi pregiati della produzione, le filiere Dop. «I prosciutti italiani di qualità stanno attraversando una crisi d’identità che deve far riflettere, perché non è possibile che quasi sistematicamente siano le cosce smarchiate a dare i maggiori risultati in termini di remunerazione – analizza Unapros ‒. Se non vi sono benefici a rimanere all’interno di un sistema che per anni è funzionato e che oggi non porta, come marchio collettivo, alcun valore aggiunto, dovrà essere ripensata la filiera. forse a partire dalla rappresentanza all’interno dei consorzi, riequilibrando la presenza e il ruolo degli allevatori, che fino a prova contraria forniscono la materia prima per i prosciutti Dop».

 Visualizza l’intero articolo pubblicato sulla Rivista di Suinicoltura n. 3/2015


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