Carne, quanto costa nei diversi paesi

I dati della rete Interpig. I risultati ottenuti nel 2014 in Ue, Stati Uniti, Canada e Brasile


paesi

La suinicoltura italiana è prevalentemente orientata alla produzione del suino pesante e la sua redditività dipende molto dalla valorizzazione e dall’andamento del mercato dei tagli destinati alle produzioni tipiche. Al contrario, sui tagli destinati al consumo fresco è molto incisiva la concorrenza dei suinicoltori attivi negli altri paesi europei.

L’Italia è il più grande importatore di carni suine, utilizzate sia per la trasformazione in prosciutti e salumi, che rappresentano le produzioni tipiche, sia per il consumo fresco.

Il monitoraggio dei costi di produzione è uno strumento utile per mettere a confronto i risultati tecnici ed economici ottenuti dai suinicoltori italiani con quelli raggiunti negli altri paesi europei.

Per dodici Paesi

Interpig è una rete internazionale di economisti appartenenti a istituti di ricerca in 12 paesi europei, Stati Uniti, Canada e Brasile. Il Crpa rappresenta, in questa rete, l’Italia e le sue aziende. Interpig è stata costituita nel 2003 con l’obiettivo di favorire uno scambio di informazioni tecniche ed economiche sullo sviluppo della suinicoltura e mettere a confronto i costi di produzione della carne suina dei vari paesi. Nei primi anni, molto tempo è stato dedicato all’armonizzazione dei metodi di calcolo dei costi di produzione, al fine di poter presentare dei dati perfettamente confrontabili.

I dati si basano su campioni rappresentativi di aziende specializzate nella produzione di suini.

Nel presente articolo presentiamo i risultati relativi all’anno 2014, dedicando particolare attenzione alle differenze dei costi di produzione che si sono registrate tra i vari paesi e ai motivi che spiegano la maggiore competitività di alcuni paesi rispetto ad altri.

Nella Ue 1,12-1,50, negli Usa 0,91-0,95

All’interno dell’Ue i costi di produzione variano da 1,12 a 1,50 euro per kg di peso vivo, mentre negli Stati Uniti, Brasile e Canada oscillano tra 0,91 e 0,95 euro/kg. Nell’Ue i paesi che registrano i più bassi costi di produzione sono la Spagna (1,12 euro/kg), la Danimarca (1,15 euro/kg) e la Francia (1,19 euro/kg). Costi leggermente più alti vengono segnalati in Belgio (1,24 euro/kg), Germania (1,27 euro/kg) e Olanda (1,28 euro/kg). Vedi tabella 1. Il maggiore costo di produzione in questi tre paesi è dovuto soprattutto ai costi inerenti allo smaltimento dei liquami e alla riduzione delle emissioni.

A registrare la fascia di costo più alta sono invece il Regno Unito e l’Irlanda (1,35 euro), produttori di suini molto leggeri, e l’Italia (1,50 euro), dove si produce principalmente il suino pesante.

Come precedentemente anticipato, negli Stati Uniti, Brasile e Canada i costi di produzione si aggirano intorno a 0,94 euro/kg di peso vivo. Le differenze con i paesi dell’Ue sono pertanto molto evidenti e trovano ragione nell’influenza del cambio della moneta, ma soprattutto in un più basso prezzo dei mangimi in Usa e Canada e in un minor costo del lavoro in Brasile.

Il costo di alimentazione è ovviamente la voce che pesa maggiormente sul costo di produzione in tutti i paesi oggetto dell’analisi; l’incidenza varia dal 60 al 70%. I rimanenti costi (diretti) sono i costi sanitari, energetici, di rimonta, relativi allo smaltimento del liquame, delle assicurazioni e delle ispezioni. Questi costi variano molto fra i paesi.

Produttività della scrofaia

Uno dei fattori principali che spiega la differenza dei costi di produzione esistente tra i diversi paesi è la produttività della scrofaia. La Danimarca e l’Olanda registrano le migliori performance produttive con 28,5 e 27,8 suini venduti/scrofa/anno, rispettivamente. Vedi tabella 2. Questi due paesi infatti presentano la più alta prolificità delle scrofe: 15,6 e 14,2 suinetti nati vivi/scrofa/parto, rispettivamente. È evidente che questi risultati sono attribuibili all’alto livello genetico delle scrofe raggiunto in questi due paesi.

Nella classifica della produttività seguono la Germania, il Belgio e la Francia con rispettivamente 26,1, 26,0 e 25,7 suini venduti/scrofa/anno. In coda si trovano il Regno Unito, la Spagna e l’Italia. Nel nostro paese si vendono 23,3 suini/scrofa/anno. Le performance riproduttive in Nord-America sono ancora più basse: 22,4 suini venduti/scrofa/anno negli Stati Uniti e 21,5 suini venduti/scrofa/anno in Canada. Gli allevamenti brasiliani dello stato di Santa Caterina si avvicinano di molto alla media europea con 24,7 suini venduti/scrofa/anno.

Costo e produttività del lavoro

Altri due fattori che incidono in maniera rilevante sul costo di produzione e sulla redditività aziendale sono il costo e la produttività del lavoro.

Il costo del lavoro è molto elevato in Olanda e Danimarca; per contenere i costi di produzione questi due paesi puntano soprattutto su una efficiente produzione delle scrofaie e della fase di ingrasso, al fine di produrre una elevata quantità di carne suina per unità di lavoro.

Un’altra strada per incrementare la produttività del lavoro è l’aumento dell’efficienza lavorativa attraverso la riduzione del tempo di manodopera impiegato per singola scrofa e per singolo suino da ingrasso. La meccanizzazione delle operazioni e lo sfruttamento delle economie di scala portano ad un significativo aumento della produttività del lavoro.

Dalla lettura della tabella 3, che riporta i risulti ottenuti relativamente al costo del lavoro per ora e le ore di manodopera impiegata per singola scrofa e per singolo suino da ingrasso nei paesi oggetto del confronto, emerge un’elevata produttività del lavoro soprattutto per quei paesi che registrano un elevato costo del lavoro (Olanda, Danimarca, Stati Uniti). In una posizione intermedia si collocano il Belgio, la Francia e la Germania; mentre gli allevamenti italiani, brasiliani e canadesi registrano una bassa produttività del lavoro. In particolare, si può notare come per gli allevamenti italiani venga impiegato quasi il doppio del lavoro rispetto agli allevamenti dei principali paesi dell’Ue. Un caso virtuoso è la Spagna, che presenta un basso costo del lavoro e una elevata produttività del lavoro. Questo dato contribuisce a spiegare i costi di produzione molto bassi che caratterizzano gli allevamenti spagnoli.

I costi di alimentazione

I costi di alimentazione vengono determinati dall’efficienza di conversione alimentare e dal prezzo del mangime. Indici di conversione alimentare (Ica) molto favorevoli vengono registrati in Olanda e in Spagna, dove sono necessari solo 2,58 kg di mangime per produrre un kg di carne suina. Sicuramente questo dato è influenzato dall’elevata incidenza di suini non castrati in questi due paesi (oltre il 60%); un suino intero infatti ha notoriamente un Ica migliore rispetto ad uno castrato. Leggermente peggiori sono invece le efficienze alimentari in Danimarca, Francia e Regno Unito, per i quali si rileva un Ica di 2,70, 2,75 e 2,67, rispettivamente.

Per quanto riguarda i nostri indici di conversione alimentare, è evidente che la produzione del suino pesante, che prevede la castrazione, penalizza l’Ica portandolo a un valore di 3,68. È soprattutto nell’ultima fase dell’ingrasso che l’indice di conversione alimentare subisce un peggioramento.

Infine, nei paesi extra-europei si rilevano indici che variano da 2,60 (es. Brasile) a 3,00 (es. Canada).

I prezzi dei mangimi più bassi dell’Ue si registrano in Danimarca e Germania, seguiti dall’Olanda, il Belgio e la Francia. La vicinanza ai grandi porti di questi paesi e il trasporto delle materie prime via fiume favoriscono infatti un risparmio economico sulla spesa destinata all’acquisto dei mangimi. Ancora più bassi sono i prezzi dei mangimi negli Stati Uniti e in Canada, paesi notoriamente noti per l’elevata produzione di materie prime destinate alla produzione mangimistica come mais, grano e soia.

Al contrario, in Italia i prezzi dei mangimi per suino da ingrasso sono superiori di circa il 10% rispetto agli altri paesi europei; solo nel Regno Unito si registrano prezzi più elevati.

 

*L’autore è del Crpa di Reggio Emilia.

 

Leggi l’articolo completo sulla Rivista di Suinicoltura n. 1/2016

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