Campo Bò – Su paglia e con più spazio i vantaggi sono assicurati

Le scelte operate dall’azienda Campo Bò hanno prodotto buoni risultati sia in termini sanitari, sia dal punto di vista economico. Anche grazie alla scelta di somministrare alimentazione differenziata durante il periodo di gestazione


Michele Bonati, titolare insieme ad Andrea Bianchi dell’azienda Campo Bò a Montechiarugolo (Pr).

Un allevamento suinicolo completamente su paglia che premia lo spazio nelle gabbie parto e che investe su un’alimentazione personalizzata per le scrofe in gestazione. I risultati di tutto questo sono, in generale, un migliore benessere degli animali, un aumento del peso dei suinetti allo svezzamento e una percentuale più alta del numero dei suinetti nati per singola scrofa.

L’azienda agricola di cui parliamo è la Campo Bò di Montechiarugolo (Pr), che conta 900 scrofe, 2.500 suinetti, 2.500 suini in magronaggio, 3mila posti ingrasso e altri capi in affitto e in soccida distribuiti in allevamenti tra le province di Parma e Reggio Emilia. L’azienda vende circa 22mila suini/ann0, tutti destinati alla produzione di prosciutto di Parma.

Gli attuali titolari, Michele Bonati e Andrea Bianchi, rilevarono l’azienda nel 2008. Campo Bò era nata infatti nel 1973 per volere di tre soci: lo zio di Bonati e il padre e lo zio di Bianchi. Nel 2010 i nuovi proprietari procedettero alla ristrutturazione dell’azienda: la costruzione di due capannoni per la gestazione progettati in base alle esigenze della normativa sul benessere animale, sale parto ricavate dal capannone prima adibito al magronaggio con 64 nuovi posti, due nuovi capannoni che oggi ospitano il magronaggio e che sono suddivisi in 4 box da 400 posti, tutti su paglia.

Le gabbie parto

Come spiega Bonati, «abbiamo proceduto alla ristrutturazione delle sale parto per adeguarci alla normativa sul benessere animale. Nell’occasione, abbiamo voluto premiare lo spazio nelle gabbie parto, realizzandole più grandi del 30% rispetto a quello che già era indicato sulla normativa e più grandi del 20% rispetto alle misure che erano state rispettate nelle nostre vecchie gabbie, a testimonianza dell’attenzione che l’azienda ha sempre nutrito nei confronti del benessere delle scrofe in gestazione. La decisione di ingrandire le gabbie parto è stata dettata anche dall’osservazione delle scrofe di oggi che stanno aumentando le produzioni e che quindi, dal punto di vista morfologico, stanno aumentando le dimensioni di generazione in generazione. Non possiamo permetterci che, in un futuro magari anche ravvicinato, la gabbia sia sottodimensionata rispetto alla stessa scrofa».

L’aumento delle produzioni a cui si riferisce Bonati riguarda il peso dei suinetti allo svezzamento e il numero di suinetti partoriti per scrofa.

«Nel nostro allevamento – sottolinea l’imprenditore – i suinetti allo svezzamento raggiungono un peso maggiore rispetto a quello che raggiungevano in passato alla medesima età. Vale a dire, se prima i suinetti di 27 giorni pesavano in media 6,7 kg, oggi pesano in media 7,2 kg. Anche il rapporto di animali nati per parto e i nati vivi è migliorato, essendo la media dei primi di 12,9 (rispetto ai 12 nati/parto di qualche anno fa) e la media dei secondi di 12 suini nati vivi/scrofa (rispetto ai 11,2 nati vivi/scrofa di prima)».

Questi risultati sono stati raggiunti anche grazie a un’alimentazione razionata in base alle diverse necessità fisiologiche della scrofa nel periodo della gestazione. «Nella prima fase – sottolinea Bonati – vale a dire nel periodo tra la fine dello svezzamento e la copertura della scrofa, sottoponiamo all’animale un tipo di alimentazione che contiene una percentuale maggiore di zuccheri per fargli recuperare quanto perso durante l’allattamento.

Dopo l’ecografia che accerta la gravidanza e dopo il trasferimento nel box collettivo al ventottesimo giorno, l’alimentazione della scrofa è caratterizzata da un giusto equilibrio di energia, proteine e fibre, atto a mantenere l’ovulazione e a proteggere l’animale nel periodo dell’annidamento del feto, fino al quarantesimo giorno. Infine, cambiamo ricetta e quantità di mangime dal 40o al 107o giorno fino all’entrata della scrofa in sala parto. A questo punto i feti sono già tali e la scrofa deve “soltanto” mantenerli: noi attuiamo una diversificazione dell’alimentazione anche in base alla crescita progressiva del feto. Se è vero che diversi allevamenti ancora oggi utilizzano una monodieta, noi siamo convinti che l’alimentazione vada differenziata in base alla qualità dell’alimento e alla sua quantità in ogni fase della vita della scrofa nel periodo gestazionale».

Paesi all’avanguardia

Da questo punto di vista Bonati sostiene di essersi ispirato ai Paesi europei più all’avanguardia dal punto di vista della gestione degli allevamenti, in primis Danimarca, Belgio e Germania.

«Come allevatore, ritengo di dover prendere esempio da questi casi, nei limiti di quello che le nostre condizioni di allevamento ci consentono. La differenza è soprattutto che in Italia dobbiamo adattare gli spazi a disposizione e le strutture già esistenti, mentre in questi Paesi la migliore gestione è facilitata dal fatto che spesso gli allevamenti vengono costruiti ex novo, sono piccoli, familiari e, soprattutto, innovativi. Da tutti questi punti di vista è risaputo come la Danimarca sia nettamente più avanti. A cominciare dalla genetica, dalle condizioni sanitarie-ambientali degli allevamenti, in una parola, dal punto di vista della loro gestione. In particolare sotto il profilo delle curve alimentari, abbiamo la possibilità di prendere esempio dai Paesi nordici, nella consapevolezza che ogni progresso porta con sé lo stimolo a migliorare ulteriormente».

E Bonati coglie l’occasione per citare anche l’aspetto della biosicurezza.

«Questo fattore in Italia è ancora troppo sottovalutato. O meglio, in teoria se ne riconosce l’importanza, ma di fatto non si mette in pratica. Recentemente ho visitato un allevamento suinicolo in Belgio, dove le tute degli operai, i mezzi di conduzione e gli strumenti del mestiere, a partire dalla semplice scopa, avevano un colore diverso a seconda se avessero a che fare con suinetti, suini sani o malati, suini morti. Nessuno strumento appartenente a un settore si sarebbe mai potuto utilizzare in uno diverso».

«Forse – prosegue – in un lontano futuro potremo pensare anche noi ad una gestazione totalmente libera con gabbie automatiche per la gestazione, come accade, appunto, in Belgio. Proprio lì ho avuto modo di assistere ad una pratica intelligente di alimentazione personalizzata nelle quantità per i suini. Come veniva attuata? Attraverso un collare collegato in remoto ad un computer centrale che apriva all’animale il varco alla propria postazione alimentare affinché potesse mangiare, rilasciando la quantità prevista per quell’animale. Questo dimostra come in questi Paesi all’avanguardia si lavori sul singolo animale, mentre qui da noi si tende a lavorare ancora sulla mandria: abbiamo molto da imparare».

Anche dal punto di vista dei prezzi dei suini i Paesi europei possono insegnare qualcosa. «Come allevatori – afferma l’allevatore di Montechiarugolo – abbiamo la necessità di confrontarci con un mercato dei prezzi che in Italia non cresce, mentre all’estero sì. Dovremmo chiederci come lavorano gli altri, perché il nostro è ancora un approccio molto provinciale, localistico».

L’allevamento su paglia

Un’altra decisione ha riguardato l’introduzione della paglia in allevamento. «Fino ad alcuni anni fa – spiega ancora Bonati – il nostro era un allevamento tradizionale su grigliato. Abbiamo provato, per cominciare, a fare svezzamento su paglia. Quando abbiamo visto come l’animale rispondeva in termini sanitari ed economici a questa scelta, abbiamo deciso di mantenerla».

Il secondo passo è stato quello di mettere su paglia anche il magronaggio. «Gli ostacoli e i dubbi esistevano eccome. Anzitutto, con un’alimentazione a bagnato il rischio era che i fili di paglia potessero infilarsi nelle tubazioni di scarico del liquame. Inoltre, eravamo consapevoli del fatto che, soprattutto con un’alimentazione a bagnato in cui i suini mangiano di più e quindi defecano di più, la paglia rimane più sporca, di conseguenza sarebbe stato necessario un suo ricambio più frequente».

Oggi all’azienda agricola Campo Bò sono presenti un migliaio di capi suini in magronaggio su paglia a secco (in due box da 500) e 1.600 capi in magronaggio su paglia con alimentazione liquida (in 4 box da 400 capi). «Il problema ostruttivo non si è verificato. Dopo cinque anni possiamo dire con certezza che, se non si è verificato fino ad oggi, non sarà un problema nemmeno per il futuro. Per quanto riguarda invece la necessità di ricambio frequente, si tratta di una pratica necessaria in quanto, come accennato, soprattutto con un’alimentazione a bagnato, la paglia rimane contaminata dai liquami».

I tempi di ricambio della paglia variano a seconda del ciclo stagionale. «Facciamo in media due aggiunte di paglia ad ogni box ogni settimana (tre in estate e due in inverno): in questo modo nel giro di due settimane la paglia risulta cambiata in toto. Il cambio generale avviene solo a fine ciclo. In ogni caso andiamo anche a occhio: quando ci accorgiamo che la paglia è molto sporca procediamo all’aggiunta».

 

Campo Bò

 

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