Benessere animale / Quanto costa l’adeguamento

Da un’indagine del Crpa su alcuni Paesi campione emergono differenze significative nei costi sostenuti. Ma ancor più della direttiva 2008/120/Ce, sui bilanci dei suinicoltori pesano le normative ambientali e sulla sicurezza alimentare


Schiff Crpa da IZ_2

La direttiva 2008/120/Ce sulla protezione dei suini (recepita in Italia con decreto legislativo n. 122 del 7 luglio 2011) ha introdotto a partire dal primo gennaio 2013 una serie di vincoli alle aziende suinicole. Un’indagine a livello mondiale, voluta dalla Commissione europea – Direzione generale agricoltura e sviluppo rurale e condotta dal Crpa (vedi box), dimostra che in alcuni Paesi comunitari presi come campione l’incidenza dei costi inerenti al rispetto della normativa sul benessere animale oscilla, sul costo di produzione della carne, tra lo 0,65% della Danimarca e il 3,55% della Polonia. Lo studio non prende in considerazione l’Italia, ma in altri lavori di ricerca del Crpa tale percentuale, nel nostro Paese è stata stimata in circa l’1%.

Il realtà, il problema per gli allevamenti suinicoli non è tanto l’incidenza sui costi, ma l’entità dell’investimento da affrontare per l’adeguamento delle strutture, che ha fatto chiudere diverse scrofaie nell’Ue e anche in Italia.

Obiettivo del lavoro voluto dalla Commissione era arrivare a un confronto tra i costi comunitari e quelli dei principali produttori internazionali, focalizzando l’attenzione proprio sull’incidenza della compliance (cioè del costo dell’adeguamento) con una serie di normative relative, oltre che al benessere animale, alla protezione ambientale e alla sicurezza alimentare. Ciò al fine di capire quanto queste influiscano sulla competitività delle produzioni europee sui mercati mondiali.

Per quanto riguarda il costo del benessere animale, si tratta di un peso economico che, al di là del valore etico della legislazione in vigore, richiesta in maniera sempre più pressante dall’opinione pubblica a partire dagli anni ‘70 nei Paesi del Nord Europa e poi via via nel resto dell’Unione europea, rimane a carico degli allevatori. Finora, infatti, il mercato non ha riconosciuto il maggiore valore intrinseco delle produzioni ottenute con le nuove regole.

Per rappresentare i diversi modelli produttivi del settore suinicolo dell’Unione europea, sono stati scelti come Paesi la Danimarca, la Germania, l’Olanda e la Polonia; le rispettive aziende-tipiche sono state messe a confronto con quelle di Brasile e Stati Uniti.

Le caratteristiche delle singole aziende tipiche sono sintetizzati in tabella 1, mentre i costi di produzione di ciascuna sono riportati in tabella 2. L’anno di riferimento è il 2010.

Normative a confronto

Nell’ambito della ricerca, per ciascuna delle aree indagate (ambiente, benessere degli animali e sicurezza alimentare) sono state identificate le normative in vigore a livello comunitario e la loro applicazione in ciascun Paese indagato. Lo scopo era quello di offrire una visione immediata delle condizioni legislative vincolanti che influenzano la produzione di carne suina.

Il testo normativo sul benessere a cui devono sottostare gli allevatori suinicoli attivi nell’Unione europea è la direttiva 2008/120/Ce del Consiglio del 18 dicembre 2008, che stabilisce le norme minime per la protezione dei suini.

Essa detta una serie di vincoli in merito a:

– superfici libere a disposizione di ciascun suino, differenziate in base al peso vivo e allo stadio di allevamento e distinguendo scrofe e scrofette dalle altre categorie di suini;

– rapporto tra grigliato e fondo pieno delle pavimentazioni per ciascuna categoria di suino;

– mantenimento delle scrofe e delle scrofette in gruppi durante il periodo riproduttivo;

– arricchimenti ambientali con materiale manipolabile;

– divieto di mutilazioni (taglio della coda, riduzione degli incisivi e castrazione) per scopi diversi da quelli terapeutici, diagnostici o per l’identificazione dei suini;

– tempi e qualità dell’alimentazione;

– rumori, illuminazione e ventilazione delle porcilaie.

Per realizzare il confronto con i Paesi extra-Ue si è proceduto all’individuazione di tutte quelle leggi e norme locali che potessero essere assimilate a questa direttiva. In tabella 3 vengono riportati i requisiti richiesti dalla normativa comunitaria e la loro applicazione nei Paesi considerati. Come si può notare, né in Brasile né negli Stati Uniti esiste una legislazione che ricalchi la direttiva 2008/120/Ce.

Impatto economico

In tutti gli Stati membri indagati si è registrato un incremento dei costi di produzione relativi all’attuazione della normativa sul benessere degli animali. Il passaggio alla stabulazione in gruppo delle scrofe, la ristrutturazione dei pavimenti, l’introduzione di materiale di arricchimento e l’alimentazione con una sufficiente quantità di fibra hanno dimostrato di avere un impatto economico rilevante, in particolare in Polonia (+3,55%), dove gli allevamenti sono relativamente piccoli rispetto a quelli degli altri tre Paesi dell’Ue. Più contenuta, invece, l’incidenza del costo del benessere in Danimarca, dove la legislazione nazionale aveva introdotto requisiti simili a quelli della direttiva comunitaria già negli anni precedenti, permettendo agli allevatori danesi di avere più tempo per adeguare le proprie strutture. Limitato e trascurabile il costo per il rispetto della normativa per quanto riguarda i materiali manipolabili.

Liberi da normative e vincoli specifici per il benessere dei suini, gli allevatori di Brasile e Stati Uniti non hanno aggravi dei costi. Da segnalare, però, che ormai anche in Usa forniti da esperti nazionali si trovano ad affrontare una notevole pressione dei consumatori per introdurre pratiche di benessere degli animali, anche se la loro adozione per ora viene fatta solo nell’ambito di disciplinari di produzione privati.

Svantaggi rispetto a Usa e Brasile

L’impatto della compliance per il benessere animale sul costo di produzione della carne suina è risultato variare tra 0,91 euro/kg di carne in Danimarca e 4,63 euro/kg in Polonia. Questa grande differenza tra un Paese e l’altro è da imputare alle differenti dimensioni delle aziende tipiche oltre che, nel caso della Danimarca, a una legislazione nazionale che ha anticipato le decisioni comunitarie. Nessun vincolo normativo è invece presente nei due Paesi extra-Ue considerati.

Da notare che ancor più della direttiva 2008/120/Ce, sui bilanci dei suinicoltori europei pesano le normative ambientali (direttiva nitrati e Ippc), alle quali si aggiungono quelle per la sicurezza alimentare, per un totale (compreso il benessere) che oscilla tra 4,09 euro/100 kg dell’Olanda e 13,42 euro della Germania, contro 3,33 euro/100 kg del Brasile e 0,07 euro degli Usa.

Tra le produzioni considerate dallo studio, la carne suina è quella con la più alta incidenza della compliance, con un range che oscilla tra il 3 e il 9% del costo totale di produzione.

Questo crea sicuramente da un lato uno svantaggio per i produttori dell’Ue nei confronti di quelli dei Paesi terzi, dall’altro lato dà garanzie ai consumatori extra-europei sulla sicurezza del prodotto, il rispetto dell’ambiente e un elevato standard di benessere, che ora cominciano a riscuotere un interesse crescente nei Paesi senza una legislazione specifica.

In realtà, gli oneri sostenuti per il rispetto delle normative europee incidono relativamente poco sul divario dei costi: la differenza più consistente la fanno i più bassi costi di alimentazione in Brasile e Usa, oltre al minore costo del lavoro nel Paese sudamericano e all’alta produttività della manodopera grazie alle economie di scala possibili nei grandissimi allevamenti degli Stati Uniti.

 

(*) Crpa spa, Reggio Emilia

Visualzza l’articolo intero pubblicato sulla Rivista di Suinicoltura n. 9/2015


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